Che cos’è un Atelier?

Quale può essere il senso di una professionalità artistica inserita all’interno di un contesto educativo, in uno spazio dedicato? Proverò a rispondere a partire dalla mia esperienza di atelierista in una scuola dell’infanzia in provincia di Reggio Emilia, che si inserisce quindi nella patria di Loris Malaguzzi e nella cornice del suo pensiero pedagogico. Da questa prospettiva, l’identità del luogo che chiamiamo atelier è strettamente connessa alla teoria dei cento linguaggi, espressa da Malaguzzi nella sua nota poesia “Invece il cento c’è”. Anzi, credo che il concetto di atelier emerga in modo naturale insieme all’idea di bambino – e di essere umano – descritta da questa poesia: un bambino dotato di una grande ricchezza di linguaggi, di cento e più potenzialità espressive e comunicative, verbali e non verbali, non frammentate ma tenute insieme dalla dimensione olistica che caratterizza la relazione dei bambini con il mondo.

“Il bambino è fatto di cento”: così comincia la poesia, dichiarando che un bambino (e in generale, una persona di qualunque età) non ha bisogno di un altro che lo riempia “di cento”, perché già lo possiede. Possiede che cosa? Un potenziale variegato e molteplice, una dotazione naturale propria di ogni essere umano, pronta a diventare concreta manifestandosi nel mondo. Se solo ne avrà la possibilità, questo potenziale si svelerà in tutta la sua bellezza, come un fiore che dal seme si sviluppa attraverso i colori, la forma, il profumo, e infine diventa frutto. Se ne avrà la possibilità. Ciò significa che è necessario un ambiente sufficientemente accogliente affinchè questo processo possa essere legittimato e trovare il giusto nutrimento.

Questo ambiente è un atelier: un contesto specificatamente allestito con una proposta di materiali e attività, all’interno di una cornice spazio-temporale, per far sì che il 100% del variegato potenziale di ogni persona possa fiorire, prendere corpo attraverso il processo creativo, l’espressione di sè e la costruzione attiva della conoscenza.

In altre parole, si tratta di uno spazio intenzionalmente predisposto per accogliere l’unicità di ognuno e favorire la sua naturale espressione attraverso una relazione creativa con il mondo (ovvero attraverso i materiali e le esperienze proposte).

Atelier della scuola dell’infanzia “Le Betulle”, Cavriago (RE)

Secondo questa definizione, quindi, l’atelier non consiste necessariamente in una stanza dedicata all’interno della scuola (anche se effettivamente è così che sono nati i primi atelier nelle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia). Si tratta piuttosto di un certo modo di allestire un ambiente e di un certo tipo di relazione con le persone che lo abitano, mantenendo al centro l’obiettivo appena descritto.

Potrebbe essere, per esempio, un certo angolo di una stanza, una giardino, un mini-atelier mobile su ruote o addirittura un’intera scuola, dove le classiche sezioni divise per età o per gruppi eterogenei sono state trasformate in atelier tematici. Naturalmente, l’effettiva realizzabilità di queste opzioni dipende dal contesto specifico, dai suoi bisogni e dalla sua organizzazione.

Atelier sartoria della scuola dell’infanzia “Gallizi”, Fano (PU)

Quali sono allora le caratteristiche che dovrebbe avere un atelier?

Innanzitutto, la metafora dei cento linguaggi ci suggerisce la qualità della molteplicità, della varietà, della diversità come un valore. In questo modo, riferendoci in particolare all’ambito della prima infanzia, l’ambiente corrisponderà alla naturale, variegata ricchezza del potenziale creativo dei bambini.

Come ci ricorda Vea Vecchi, una delle prime atelieriste e collaboratrice di Loris Malaguzzi, i bambini non separano l’esplorazione della realtà in discipline separate, ma dal nostro punto di vista di adulti, nelle ricerche dei bambini sono presenti e interconnessi molti approcci disciplinari.

Siamo in grado – come educatori, atelieristi o insegnanti – di riconoscere la compresenza di questi molteplici aspetti nei processi creativi?

Atelier della scuola dell’infanzia “Gallizi”, Fano (PU)

Consideriamo, per esempio, un bambino che sta preparando una torta per il compleanno di un amico, vera o finta che sia, con della creta o un altro materiale modellabile. Dopo aver impastato e steso la forma circolare, il bambino aggiunge con cura alcune decorazioni, incidendo la superficie con uno strumento affilato e aggiungendo delle piccole forme in rilievo. Quindi divide la torta in un certo numero di fette per condividerla con gli amici. E magari il tutto è avvenuto in un atelier dedicato alla cucina o alla manipolazione. Naturalmente l’aspetto tattile, manipolativo e legato alla manualità fine è ben evidente. Ma ci sono anche altre dimensioni coinvolte, altrettanto importanti: il pensiero matematico (quanti siamo? Quante fette servono? Come si divide la torta in un certo numero di parti uguali?); la ricerca estetica, il ritmo e il linguaggio visivo delle decorazioni; le abilità sociali e la dimensione affettiva.

Citando ancora Loris Malaguzzi, i cento linguaggi lavorano insieme, cooperano in modo naturale e sinergico. Quindi, dovremmo considerare la molteplicità come un unico insieme di tante parti interconnesse e collegate al senso di cui quella persona sta investendo la sua ricerca, dunque connesse alla sua unicità.

I cento linguaggi non sono una lista di cento materiali; piuttosto, partendo dal presupposto dell’unicità di ogni essere umano, ci invitano a scoprire cento e più modi di usare, per esempio, la stessa matita. Se osserviamo con attenzione, infatti, noteremo che ogni persona usa la matita in modo diverso, magari solo per un dettaglio.

Il cento comprende inoltre una varietà di ritmi e di tempi, che possono procedere fianco a fianco. Ognuno ha il suo personale approccio al tempo e allo spazio: come si muove, come si gestisce e come interagisce con l’ambiente?

Come può ogni unicità essere accolta all’interno dell’organizzazione generale della scuola o del contesto educativo? E all’interno dell’atelier?

Pur essendo “unico”, ogni essere umano attraversa, durante la sua crescita, gli stessi stadi di un processo universale archetipico, che noi – in quanto educatori – dovremmo ben conoscere. Personalmente, trovo straordinario come lo sviluppo di ogni bambino proceda seguendo un percorso condiviso da tutta l’umanità che, nello stesso tempo, si sovrappone all’unicità di quel bambino. Ognuno, quindi, percorrerà le stesse tappe in modo originale e irripetibile, esprimendo la variazione unica di un processo universale. La conoscenza teorica di questi processi, come ad esempio quello dello sviluppo grafico, ci aiuta a capire dove si trova il bambino in quel momento, quali sono i suoi attuali bisogni e obiettivi, gli strumenti di cui dispone, così da poterlo supportare nel miglior modo possibile.

All’unicità, dunque, si affianca la caratteristica dell’universalità, come due lati della stessa medaglia entrambi necessari per comprendere i processi in corso all’interno dell’atelier.

Atelier del Centro Internazionale Loris Malaguzzi, Reggio Emilia

L’ultimo elemento che vorrei introdurre è, naturalmente, la conoscenza dei materiali (o della grammatica dei materiali), ovvero la caratteristica primaria dell’identità dell’atelierista – che, per definizione, è una figura professionale con una formazione artistica.

Non si tratta di una conoscenza teorica, intellettuale: dobbiamo esplorare in prima persona, con le nostre mani, i materiali che offriamo all’interno dell’atelier. Solo l’esperienza diretta, che passa attraverso il nostro processo creativo, ci permetterà di riconoscere, accreditare e favorire i processi degli altri, bambini o adulti che siano, di orientarci nella scelta dei materiali e delle proposte. Cento linguaggi non significa fare ogni giorno qualcosa di nuovo, non riguarda la quantità ma la ricchezza delle qualità e delle connessioni, la relazione tra i materiali e che li sta usando: quali significati, quali storie e conoscenze stanno prendendo forma?

Atelier della scuola dell’infanzia “I Tigli”, Cavriago (RE)

Tutti gli elementi descritti finora sono interconnessi e in relazione al contesto specifico. Dal momento che ogni contesto è diverso, così come ogni persona o gruppo, non esistono formule sempre valide, generalmente applicabili. Tuttavia, abbiamo un obiettivo chiaro per mantenere la rotta e alcuni punti di riferimento, che ho cercato di delineare, per orientarci. La persona è il punto di partenza (ovunque si trovi) e il punto di arrivo, realizzando il cento per cento di ciò che è possibile al momento.

“Il cento c’è”, è lì che aspetta. Riusciamo a dargli fiducia?

Infine, non dimentichiamo che la nostra unicità – di atelierista, insegnante, educatore o genitore – è una parte attiva, mai neutrale, del processo in atto. O per meglio dire con una metafora, anche noi siamo parte di una danza senza partitura, insieme ai materiali e alle persone di cui ci prendiamo cura, nel teatro dell’atelier.

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Un ringraziamento speciale ai servizi educativi 0/6 del Comune di Cavriago (RE) e del Comune di Fano (PU)

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Photo credits

Immagine di copertina: Scuola dell’Infanzia “I Tigli”, Cavriago (RE)

Illustrazioni centrali con le linee colorate: rielaborazione grafica di immagini tratte dal libro “A spasso con una linea” di Roberta Pucci e Michele Ferri, Edizioni Artebambini