Copiare o inventare?

Quanto è lecito copiare? Fare un “lavoretto” seguendo delle istruzioni è anti-creativo? Quanto è importante la conoscenza della tecnica? Qual è il suo ruolo nel processo creativo? Si tratta di una questione tutt’altro che scontata, che apre un dibattito anche in ambito educativo, tra la funzione delle regole e quella della libertà, tra attività strutturate e non strutturate.

Non credo esista una soluzione universalmente valida. Piuttosto, vorrei sollecitare una riflessione a partire da un esempio concreto. Consideriamo una tecnica molto semplice e conosciuta, che consiste nell’incastrare dei pezzi di cartoncino (o altro materiale) per mezzo di tagli alle estremità di ciascun pezzo.

Questa tecnica è illustrata nell’immagine qui sopra, tratta da un libro di “lavoretti” della mia infanzia a cui sono molto affezionata, “Così per gioco…” di Elve Fortis de Hieronymis. Ma ne esistono infinite applicazioni anche a livello artistico: dai fiori futuristi di Giacomo Balla (1918-1925) agli animali di Junzo Terada pubblicati da Chronicle books, solo per citarne alcuni.

Conoscendo queste fonti, potreste decidere di copiare uno dei modelli oppure di inventarne uno nuovo, applicando quindi la tecnica in modo creativo. Credo che nessuna delle due scelte sia “buona” o “cattiva” in assoluto. A volte, infatti, il “copiare” sottintende non necessariamente una banale pigrizia, ma qualche particolare bisogno emotivo o cognitivo (di sicurezza, di rafforzamento di una conoscenza, di imitazione come strategia sociale, eccetera). Inoltre, non sempre la rielaborazione creativa corrisponde a un obiettivo rilevante del contesto in cui ci troviamo. Gli animali qui sotto, per esempio, sono stati disegnati per un laboratorio all’interno di una casa circondariale femminile.

Gli oggetti realizzati venivano poi messi in vendita e il ricavato devoluto alle partecipanti. Perciò la proposta di “inventare” degli animali sarebbe stata poco centrata rispetto agli obiettivi e ai tempi ristretti del laboratorio. Forse la questione non riguarda la contrapposizione “tout court” tra il copiare e il creare qualcosa di nuovo, quanto le motivazioni alla base di ogni scelta tra le due soluzioni, la sua accessibilità, la connessione con il contesto.

Un altro esempio: per occasioni celebrative, di festa e di ritrovo collettivo, un giardino estemporaneo con piante “futuriste” di grandi dimensioni può essere un allestimento funzionale di grande effetto. Nella foto qui sopra dell’ inaugurazione della Scuola dell’Infanzia Tatonius a Bagnolo in Piano (RE), l’idea originaria dei fiori futuristi è stata “copiata” ma anche ricontestualizzata e, in funzione del nuovo contesto, rielaborata attraverso la variazione di forme, dimensioni e modalità di fruizione. I visitatori – sia bambini che adulti – potevano realizzare dei fiori di carta per “far fiorire” gli alberi.

La stessa idea di “piante futuriste” può essere declinata in tanti modi ed entrare in un dialogo ancora più empatico con il luogo che la ospita. Nel caso del “Bosco Letterario”, allestito per il compleanno della biblioteca San Giovanni di Pesaro, ogni albero era dedicato a un poeta. Avevo inserito delle poesie nei rami e i partecipanti dei laboratoi potevano scegliere una poesia, ritagliarla e usare le parole per decorare alcuni fiori-matita.
Ma andiamo oltre: fiori e animali, naturalmente, non sono l’unica applicazione tematica di questa tecnica. Potenzialità ancora inespresse possono essere esplorate per rispondore a nuovi bisogni e contesti. Per esempio… un grande percorso a terra da attraversare saltellando, realizzato in occasione di un festival sul tema del gioco.

Che valore attribuisce la cultura di appartenenza alla tradizione e all’innovazione? La nostra implicita modalità di utilizzare la tecnica – per seguire il conosciuto piuttosto che per esplorare l’ignoto – è influenzata da questo ulteriore aspetto fondamentale.
Se utilizzi una qualsiasi tecnica creativa e arrivi a un certo livello di padronanza sai che, ad un certo punto, ti troverai a camminare lungo un continuum che ti muove tra adesione al canone, da un lato, e sperimentazione libera dall’altro, spiega la psicoterapeuta e arte terapeuta Estella Guerrera.
Quando nella vita sai fare bene qualcosa (o diciamo sufficientemente bene, dai) hai, per lo meno, due prospettive: continuare a farla nello stesso modo, oppure rompere lo schema. Usare la tua competenza per fare qualcosa di diverso. Entrambe le modalità hanno senso, ma questa apparente dicotomia ci mette in contatto con il concetto di “cambiamento evolutivo” e con il concetto di rischio. Nella psicologia del ciclo di vita siamo chiamati a pronunciarci proprio su questi temi nelle diverse fasi esistenziali: resto così e so di sapere, oppure cambio e rischio di fallire?

Per continuare questa riflessione giocando, vi offro un piccolo dono che nello stesso tempo è anche una provocazione. Su vostra richiesta alla mail info@robertapuccilab.com, vi invierò i cartamodelli del coniglietto e dell’uccello a dondolo, che potrete ricalcare e ricostruire. Dopodiché, vi invito a inventare un nuovo animale o un altro soggetto qualsiasi, figurativo o astratto, con la stessa tecnica.

Quale esperienza ti è piaciuta di più? Quale è stata più semplice? Quale proporresti nei contesti educativi in cui lavori, come e perché?

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Condividete le vostre opere e riflessioni! Con il vostro consenso, pubblicherò i vostri modelli per creare un inventario comune di personaggi, sculture e idee a cui attingere (e da copiare!). Inviate a info@robertapuccilab.com o tramite messaggio privato alla pagina FB robertapuccilab.

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Buon lavoro e buon divertimento!

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