Copiare o inventare?

Copiare è bene o male? Pensate sia utile, rassicurante, noioso, anti-creativo? Quanto è importante la conoscenza della tecnica e qual è il suo ruolo nel processo creativo?

Si tratta di una questione per niente scontata, che apre una riflessione anche in ambito educativo: come posizionarsi tra la funzione delle regole e quella della libertà, tra attività strutturate e il cosiddetto “open studio”?


Non credo esista una soluzione universalmente valida, ma un equilibrio e un senso da ricercare ogni volta in relazione al contesto. Consideriamo un esempio concreto: una tecnica molto semplice che consiste nell’incastrare dei pezzi di cartone o di un altro materiale per mezzo di alcuni tagli, come illustrato nell’immagine qui sotto.


Immagine tratta dal libro “Così per gioco…” di Elve Fortis de Hieronymis

Esistono infinite applicazioni e variazioni di questa tecnica, dai “lavoretti” semplificati (ahimè) destinati ai bambini alle più raffinate espressioni artistiche; dagli animali di Junzo Terada pubblicati da Chronicle Books ai fiori futuristi di Giacomo Balla che vediamo qui sotto, solo per citarne alcuni.

Se conosciamo queste fonti, potremmo scegliere di copiare uno dei modelli. Oppure di inventarne uno nuovo, applicando quindi la tecnica in modo creativo. Credo che nessuna delle due scelte sia “buona” o “cattiva” di per sè. Non necessariamente, infatti, il “copiare” significa essere pigri o senza idee. Potrebbero essere tante le ragioni sottintese – forse il bisogno di sicurezza, di imitazione come strategia sociale, di consolidamento di una certa conoscenza, eccetera.

In altre parole, una rielaborazione creativa e l’invenzione di qualcosa di nuovo sono degli aspetti positivi ma non corrispondono necessariamente all’obiettivo principale.

Vediamo un esempio a questo proposito. Gli animali delle immagini qui sotto sono stati progettati per un laboratorio all’interno di una casa circondariale femminile. Gli oggetti realizzati venivano messi in vendita e il ricavato devoluto alle partecipanti. Perciò la proposta di “inventare” degli animali sarebbe stata poco coerente con gli obiettivi e i tempi ristretti del laboratorio: servivano dei modelli pronti, efficaci e veloci da costruire.

Non esiste quindi una contrapposizione “tout court” tra il copiare e il creare qualcosa di nuovo, quanto la ricerca di un senso connesso di volta in volta al contesto.

Le piante di cartone dell’immagine di copertina, per esempio, sono state costruite per l’inaugurazione della Scuola dell’Infanzia Tatonius a Bagnolo in Piano (RE). Si tratta di un allestimento temporaneo di grande effetto per un’occasione speciale. L’idea originaria dei fiori futuristi è stata “copiata” ma anche ricontestualizzata e, in funzione del nuovo contesto, rielaborata attraverso la variazione di forme, dimensioni e modalità di fruizione. I visitatori infatti, bambini e adulti, potevano creare dei fiori di carta nell’apposito laboratorio e poi fissarli negli alberi attraverso gli appositi fori e dei fermacampioni.

La stessa idea è stata declinata in modo diverso per adattarsi a un altro luogo ospitante: nel “Bosco Letterario”, allestito per il compleanno della biblioteca San Giovanni di Pesaro, ogni albero era dedicato a un poeta e aveva delle poesie tra i rami. I partecipanti al laboratorio potevano scegliere una poesia, ritagliarla e usare le parole per decorare alcuni fiori-matita (vedi post Scrivetelo con un fiore).


Ma fiori e animali non sono l’unico tema possibile. L’architetto Francesco Bombardi ha utilizzato la stessa tecnica con una tecnologia digitale per una sua ricerca ispirata ai vecchi burattini artigianali che si costruivano intagliando il legno. In questo caso, il digitale facilita la partecipazione dei bambini perché i disegni si possono tagliare in tempo reale sul legno, cosicchè ognuno avrà il suo personaggio e potrà interagire con gli altri.

 

Questa riflessione si inserisce anche in un contesto più ampio: che valore attribuisce la nostra cultura di appartenenza alla tradizione e all’innovazione? La modalità più o meno innovativa di utilizzare una tecnica – per seguire il conosciuto piuttosto che per esplorare l’ignoto – è inevitabilmente influenzata da questo aspetto.
Come spiega la psicoterapeuta Estella Guerrera, se utilizzi una qualsiasi tecnica creativa e arrivi a un certo livello di padronanza sai che, ad un certo punto, ti troverai a camminare lungo un continuum che si muove tra adesione al canone, da un lato, e sperimentazione libera dall’altro.
Quando nella vita sai fare bene qualcosa hai, per lo meno, due prospettive: continuare a farla nello stesso modo oppure rompere lo schema e usare la tua competenza per fare qualcosa di diverso. Entrambe le modalità hanno senso, ma questa apparente dicotomia ci mette in contatto con il concetto di “cambiamento evolutivo” e con il concetto di rischio. Nella psicologia del ciclo di vita siamo chiamati a pronunciarci proprio su questi temi nelle diverse fasi esistenziali: resto così e so di sapere, oppure cambio e rischio di fallire?

In ogni percorso di vita, sia la tradizione che l’innovazione giocano un ruolo importante. Sappiamo danzare tra gli estremi senza barricarci nell’uno o nell’altro? Ecco come una semplice tecnica o un laboratorio può metterci in discussione e diventare metafora significativa di un processo in continua evoluzione.



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