Le casette di Aldo

Questa è una storia vera, che comincia con un ricordo e finisce con un piccolo regalo per chi la leggerà.
Le memorie di quando eravamo bambini sono fatte di oggetti, materie, odori, colori. In uno dei miei ricordi più belli ci sono delle casette per il presepe che mio padre costruiva con il cartone delle scatole da scarpe e che poi dipingeva con i colori a tempera.
Per cercare di rivivere quel ricordo, provo a costruire delle casette con i materiali che mi sono familiari: carta, matita e squadre, matite colorate, colla stick, forbici, riviste.

Dentro alle casette di Aldo c’erano delle piccole luci che illuminavano le finestre e le porte forate. Questo particolare richiama un’altra immagine: io e mia sorella nei sedili posteriori dell’auto, domenica sera, a guardare le case che scorrevano veloci. Ogni casa aveva la sua storia, anzi era un contenitore di storie, un microcosmo. L’attrazione di quelle storie sconosciute era irresistibile, passava attraverso le finestre illuminate e mi schiacciava la faccia contro il finestrino.
Tutto questo non può mancare nelle mie casette: un sottile filo di luci passa dai buchi delle finestre e, se necessario, si aggiusta dall’apertura del tetto.

Ma nel mio remake sono comparsi anche degli elementi nuovi: delle ombre quando si accendono le luci, piante, animali e abitanti vari, dettagli a collage nelle pareti esterne.

Mi torna in mente una poesia di Giusi Quarenghi:
Nelle case c’è un dentro e un fuori:

si può andare e venire, entrare e uscire,
molto esce di quel che c’è, ma non tutto;

molto entra di quel che è fuori, ma non tutto,
a volte si ferma sulla porta, e sta lì, ma nessuno apre.

Mi piacciono, le trovo belle, ma troppo leggere e compiaciute delle minuziose cesellerie. Non assomigliano per niente a quelle di Aldo (forse assomigliano un po’ a me?) e la delusione è grande. Manca la materia, lo spessore, la ruvidezza, i colori della terra, l’imperfetto del reale.

Che fare allora? Mi metto a cercare le originali e ne trovo qualcuna dentro un televisore a tubo catodico dove molti anni fa mio padre aveva costruito un presepe anti-gatto, riassemblando un po’ di cose vecchie.

Ecco, c’è tutto quello che manca nelle mie casette nuove: una base di appoggio, la consistenza del cartone, le rifiniture volutamente grezze, la naturalezza dell’asimmetria, le superfici variegate. Scopro dei dettagli, posso immaginare i pensieri e le mani mentre lavorano.

Come dovrebbe essere una casa? Conoscete Coriandoline, il quartiere di Correggio progettato insieme ai bambini? Trasparente, dura fuori, morbida dentro, grande, giocosa, decorata, intima, tranquilla, magica: sono queste le qualità più importanti di una casa secondo l’opinione dei bambini coinvolti.

Forse è questo il punto: servono qualità diverse, persino opposte, che si compensano e rispondono a diversi bisogni. Perciò ognuno può contribuire alla casa con le proprie qualità. E le vostre quali sono? Che tipo di casa uscirà dalle vostre mani?
Piccola o grande, leggera o pesante, luminosa o in penombra, piena o vuota, di legno o di sassi, un nido, una tana, una tenda, una capanna, un palazzo… O magari una casa di terra, cotta col fuoco, come quella della mia amica Monica Grelli.

La storia è finita, ma potrebbe continuare. Il tetto apribile può trasformare la casetta in una scatola: cosa conterrà? Per ricevere il cartamodello della casa-scatolina, basta essere iscritti alla newsletter e richiederlo scrivendo a info@robertapuccilab.com.
Perciò buon lavoro a tutti i costruttori di case.
Grazie a mio padre Aldo per le casette magiche e grazie a Ivan per il cartamodello che ne farà nascere tante altre.
Grazie a tutti i custodi di case, visibili e invisibili.

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