Perché un atelier può essere ovunque

Un bambino di due anni traccia dei segni nel fango con un legnetto. Un’altra sta facendo dei travasi con acqua e vari contenitori in cucina. A scuola qualcuno sta dipingendo su un cavalletto con i colori a tempera. Un’artista modella una scultura nel suo studio. Un uomo vissuto nel Paleolitico incide la sagoma di una animale sulla parete di una caverna.

Cosa accomuna questi eventi così diversi e lontani?

È nella natura dell’uomo interagire con il mondo, esplorarlo, trasformarlo, lasciare tracce di sé ed esprimersi utilizzando ciò che offre l’ambiente. Si tratta sempre di una relazione trasformativa tra il dentro e il fuori di sé, in entrambe le direzioni. Ciò avviene in modo spontaneo fin dai primi giochi nell’infanzia, per poi continuare potenzialmente per tutto il corso della vita.

L’atelier, quindi, rappresenta una cornice spazio-temporale intenzionalmente predisposta per continuare ed arricchire questa interazione trasformativa con il mondo, senza altri obiettivi che l’interazione stessa.

In Italia, in ambito educativo, l’atelier e la figura dell’atelierista sono stati introdotti nelle Scuole dell’Infanzia di Reggio Emilia da Loris Malaguzzi. Un atto rivoluzionario, che ha messo al centro dell’educazione i linguaggi espressivi e il diritto dei bambini e delle bambine di potersi esprimere in un ambiente ricco e stimolante attraverso “cento linguaggi” (arti grafiche e plastiche, musica, danza, movimento, narrazioni).

Nel tempo, la ricerca sulle possibili forme di atelier ha continuato ad estendersi, includendo materiali e ambiti non convenzionali: si parla di atelier del cibo, atelier degli ingranaggi, atelier della luce… fino ad arrivare, negli ultimi anni, a definire il concetto di atelier diffuso, che esce dalle pareti di una stanza dedicata per contaminare con il “pensiero dell’atelier” altre parti della scuola (le sezioni, la cucina, gli spazi comuni, il giardino) e anche la città (le piazze, i negozi, i parchi) – nella consapevolezza che ovunque, se le condizioni lo permettono, si possono verificare processi e apprendimenti significativi.

Scuola dell’Infanzia “Peter Pan”, Reggiolo (RE)

Ecco perché l’obiezione ricorrente di molte insegnanti – Ma noi non abbiamo una stanza per fare l’atelier! – è un ostacolo solo apparente. L’atelier non è una stanza ma una cornice spazio-temporale che possiamo continuamente ridefinire per coltivare un’interazione significativa e trasformativa con il mondo.

Tutto questo vale per sia per i contesti educativi che per l’ambito terapeutico e una dimensione di ricerca personale. Creare un atelier per sé o per altre persone significa innanzitutto selezionare una parte di mondo, non necessariamente con dei confini fisici, ma attraverso un certo sguardo.

Ho cominciato a utilizzare l’espressione “Everywhere Atelier” per definire questo tipo di esperienza, che tutti abbiamo sperimentato nei giochi dell’infanzia. Ricordi quanto fosse importante allestire lo spazio in cui giocare, definirne i confini, scegliere un luogo e le cose che facevano parte del gioco?

Un atelier può essere un carrello che si sposta tra le corsie di un ospedale, un cavalletto in mezzo a un prato, una valigia con una collezione di oggetti, un quaderno e una matita per disegnare in treno, una panchina e una macchina fotografica, e altre infinite variazioni.

Ogni volta, a seconda del contesto, si può costruire una “cornice” contenitiva diversa : è un mondo dentro un mondo, a world within a world, come lo definisce Nona Orbach nel suo libro The Good Enough Studio. Uno spazio in cui concedere a noi stessi – e agli altri – il permesso di giocare e il piacere di creare, trasformare, interagire, senza un obiettivo da raggiungere o un certo prodotto da realizzare.

Esistono delle condizioni minime per attivare questo microcosmo? Dal punto di vista dei materiali e dello spazio fisico, c’è qualcosa di assolutamente indispensabile?

Scuola dell’Infanzia A. Gallizi, Fano (PU)

Ricordo lo spaesamento di alcune insegnanti, durante il periodo di norme restrittive anti-Covid, di fronte all’impossibilità di usare la maggior parte dei materiali: Come facciamo adesso? Non abbiamo quasi niente! Come se la capacità di giocare, sperimentare, creare fosse vincolata a dei materiali particolari… Certo, esistono delle differenze. Per esempio, i materiali cosiddetti “artistici” provengono da una tradizione che li rende particolarmente adatti a un certo tipo di ricerca espressiva (approfondiremo questo argomento in altra sede). Ma è il mondo stesso, con tutte le cose che contiene, a rappresentare un interlocutore  interessante.

Quindi non ci sono scuse… un atelier può essere ovunque. Buone esplorazioni ovunque tu sia!