I 100 linguaggi dei bambini

La teoria dei cento linguaggi ha origine da una poesia di Loris Malaguzzi. Una poesia racconta sempre qualche verità universale attraverso alcune “immagini” particolari e il linguaggio delle metafore, perciò va compresa a un livello più ampio e profondo dell’interpretazione puramente intellettuale o pedagogica.

“I cento linguaggi” non si limitano al raggio d’azione della nostra scuola o del nostro contesto specifico, ma riguardano l’idea stessa di bambino e, in fin dei conti, di essere umano.

Leggiamo le prime righe e soffermiamoci sulla parola cento. Credo che questo numero voglia rappresentare simbolicamente la grande molteplicità e la ricchezza del potenziale di ogni bambino.

E poi cento cento cento… un potenziale tanto vasto che è difficile da quantificare e da immaginare nella mente di un adulto. Forse per questo i bambini ci sorprendono sempre.

Nello stesso tempo, “il cento” si declina in modo sempre diverso per dare forma all’unicità di ogni bambino. In altre parole, ogni bambino possiede un tesoro fatto di cento che lo contraddistingue come essere unico al mondo. Ecco perché la teoria dei cento linguaggi non significa che i bambini debbano necessariamente fare tutti le stesse esperienze, con gli stessi materiali.

I cento linguaggi non sono una lista di materiali. Non si tratta di quantità, ma della varietà e della qualità di esperienze offerte dal contesto, cosicchè ogni bambino possa trovare il suo modo di esprimersi.

Ma ecco che andando avanti nella poesia, accade qualcosa di imprevisto: gliene rubano novantanove! Com’è possibile?

Qui sembra manifestarsi una scissione incolmabile tra adulto e bambino. A questo punto dovremmo chiederci se i cento linguaggi appartengano in modo esclusivo al mondo dell’infanzia. E se così fosse, fino a che età precisamente? E poi, dove va a finire il cento nell’età adulta?
Proviamo a partire dall’inizio. Nei primi anni di vita, qualsiasi cosa rappresenta un incontro sorprendente, una scoperta. Tutto è nuovo… Perché mai la cucina o il giardino dovrebbe essere meno interessante dell’atelier?

Mentre esplorano il mondo, i bambini sono completamente assorti, corpo e mente, in un approccio olistico che tiene insieme diverse dimensioni (cognitiva, sensoriale, sociale, emotiva), oltre ai suoi bisogni, desideri, domande, storie. Un bambino gioca e impara nello stesso tempo: non c’è distinzione tra il divertimento del gioco e la serietà dell’apprendimento. Questa separazione concettuale compare solo attraverso la scuola e il pensiero dell’adulto, e credo che Malaguzzi si riferisse proprio a questo.

Nel suo libro “Il bambino come artista”, Howard Gardner spiega che nella prima infanzia i bambini esplorano i vari sistemi simbolici in modo libero e fluido, passando con disinvoltura dall’uno all’altro. Ciò è dovuto – almeno in parte – al fatto che essi ancora non conoscono le convenzioni sociali e culturali. Andando avanti con l’età, aumenta l’interesse per gli aspetti socio-culturali, i significati e i valori condivisi. Il desiderio di approfondimento va di pari passo con l’aumento dell’attenzione focalizzata e con la graduale specializzazione delle discipline scolastiche.

In linea di massima, possiamo affermare che nel corso dello sviluppo evolutivo, a una prima dimensione “orizzontale” (caratterizzata dalla connessione) segue una dimensione più “verticale”, di selezione e approfondimento. Questi due aspetti non sono in opposizione ma entrambi necessari: semplicemente caratterizzano con diversi equilibri le varie fasi evolutive.

Per quanto riguarda la fascia 0/6, la dimensione orizzontale e fluida della connessione è fondamentale, mentre con l’aumentare dell’età (e dell’interesse per gli aspetti culturali condivisi, così come per la specializzazione), il numero delle connessioni e la varietà dei linguaggi esplorati può tendere progressivamente a diminuire. Ciò non toglie che tale dimensione possa poi essere recuperata nelle fasi successive, con una rinnovata consapevolezza e nuove conoscenze.

In ogni caso, credo che questa prospettiva ci aiuti a capire meglio come un adulto può sottrarre 99 dei 100 linguaggi dei bambini: semplicemente restando imbrigliato in una dimensione verticale di convenzioni e divisioni del sapere.

Alla luce di questa consapevolezza, come allestire una proposta in un contesto educativo?
La foto qui sopra mostra un classico esempio generalmente associato al Reggio approach, di cui su internet si trovano tante variazioni: un elemento vegetale al centro, dei fogli di carta nelle varie postazioni e una selezione di materiali per disegnare.

Come possiamo affermare che questa proposta sia coerente con la teoria dei cento linguaggi, senza sapere nulla del contesto all’interno del quale è stata fatta? Dovremmo chiederci perché l’insegnante ha scelto di invitare i bambini a disegnare un fiore (quel fiore, con quegli strumenti). Quale relazione o storia pregressa esiste tra i bambini e quel fiore? Se tutti gli anni viene offerta la stessa proposta, si tratta semplicemente di un’attività o una tecnica, per cui una vale l’altra. Magari ad alcuni bambini piacerà… ma non è questo il significato dei cento linguaggi.

E se i bambini non fossero affatto interessati al fiore ma, per esempio, ai movimenti di una coccinella tra i petali? Siamo veramente in ascolto e in osservazione dei bambini, dei loro interessi e dei loro processi? Lasciamo loro abbastanza spazio o siamo oppressi dall’ansia da prestazione, dalle aspettative dei genitori, dal tema dell’anno, dal programma scolastico o, magari, da uno slogan pedagogico di tendenza?

Nessuna formula garantisce che stiamo seguendo il sentiero dei cento linguaggi. Perché è un sentiero sempre diverso nella sua unicità, così come è unico ogni bambino e ogni insegnante. Siamo chiamati a partecipare a una danza che nasce dall’incontro tra la nostra identità, il nostro bagaglio di conoscenze come professionisti e le identità dei bambini.

Il cento c’è, potenzialmente è già lì: è l’espressione unica di quel bambino, in quel contesto.
Non dobbiamo riempire i bambini di cento materiali o proposte, ma offrire un contesto ricco e accogliente, dove il cento per cento delle loro potenzialità possa fiorire.

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