C’era una volta un tavolo un po’ disordinato. Era un tavolo da lavoro ordinario, probabilmente simile al tuo, con vari strumenti e pezzi di carta sparpagliati. Ebbene sì, era il tavolo del mio studio, ma la storia comincia come una favola perché a volte può davvero accadere qualcosa di magico in un posto qualsiasi. Dipende dallo sguardo. Allora guardiamo meglio, e soffermiamoci su quel particolare che attirò la mia attenzione.
Tra i vari scarti c’erano alcune strisce di cartoncino bianco spiegazzate. Una di queste era piegata casualmente in tre, in una forma che nascondeva un movimento particolare. Toccandola appena dondolava, schiacciando un altro punto saltellava. Sembrava viva, assomigliava a qualcosa… che volevo rendere visibile.
Zac, zac. Due tagli.
Eccola!

“Si chiama Esther” pensai. Ero affascinata da come si muoveva nello spazio. Riuscivamo a interagire con naturalezza e a giocare insieme alle altre forme di carta.

Presto scoprii che le piaceva trasformarsi a seconda del contesto e del suo stato d’animo.

Ho cominciato a portarla in viaggio con me. La presentavo ai partecipanti dei laboratori e lei restava tra i materiali o i libri come una presenza discreta, che interrogava senza fare domande. Si faceva voler bene da tutti, adulti e bambini.

Un giorno, alla fine di un laboratorio, un’insegnante mi prese da parte come per dirmi qualcosa di importante.
“Tra qualche settimana saluterò i bambini per l’ultima volta prima di andare in pensione” La voce, un po’ emozionata, continuò con fermezza: “Ma prima di salutarli vorrei fare qualcosa di speciale con loro, lasciare un ricordo…”.
A quel punto Esther mi lanciò un’occhiata, che io ancora non capii.
“Vorrei costruire Esther insieme ai bambini!”
Rimasi di stucco. In che senso ricostruire Esther? Mi sembrava assurdo, eppure sul momento non riuscii a spiegarne il motivo. La maestra continuò interpretando il mio silenzio come assenso. Esther mi guardava sconcertata. “Dai, in fondo non sarà poi così terribile…” cercai di convincermi.
E invece sì.

Che fine aveva fatto lo spirito di Esther? Perché, al di là del risultato, la ricostruzione guidata aveva una qualità così diversa dal processo originale? Perché il processo a posteriori, seguendo le istruzioni, non può funzionare?
Esther ha già una personalità, un’identità, una storia. Avrei dovuto spiegare che i suoi occhi sono espressivi proprio perché non si vedono; che le piace nascondersi per fare degli scherzi e presentarsi ai bambini così, nascosta in qualche angolo in attesa di essere trovata.

Ma c’è di più. Non avrei potuto creare Esther a partire da un intento razionale. Quella striscia piegata per caso era il cuore di tutto. È l’imprevisto della materia che ci sorprende e apre una possibilità altrimenti inimmaginabile. Eppure senza di me sarebbe rimasta latente.Allora da dove arriva Esther? Era dentro la mia testa o “fuori”, nel materiale? Pinocchio è nato dal legno o dal desiderio di Geppetto? E il David giaceva in quel pezzo di marmo o nell’immaginazione di Michelangelo? La risposta è sospesa a metà, esattamente nello spazio della relazione, del vuoto che permette. Nell’incontro tra la striscia un po’ sbilenca – proprio quella – e lo sguardo che la osserva, la mano che la cerca.È una dinamica relazionale con la materia in cui processo e prodotto sono inscindibili. Il prodotto si svela in modo organico durante il fare, non lo precede con l’aspettativa di un risultato.Questo cerchio magico contraddistingue l’atto creativo e la nostra natura come esseri umani.Io e Esther siamo infine molto grate a quell’insegnante per aver sollecitato il racconto di questa storia.


