Grammatica del cartone ondulato

cartone ondulato

Seguendo il suggerimento della “grammatica dei materiali”, proviamo a osservare le cose come se le vedessimo per la prima volta, con rispetto e curiosità, senza avere già in mente un obiettivo o una forma precisa da costruire. Questo capitolo della grammatica è dedicato al cartone ondulato: quali sono le sue potenzialità trasformative? O in altre parole, quali trasformazioni ci suggeriscono le sue caratteristiche?

Cominciamo con un pezzo di scarto recuperato da una scatola di biscotti.

Lo prendo in mano: le righe in rilievo sono un invito irresistibile a tagliare, mentre le due linee di piegatura indicano alle forbici dove fermarsi.

Ecco, si può muovere in diversi modi, sembra animarsi, diventa un tunnel, un millepiedi, una pianta carnivora…

Un’altra azione generalmente associata al cartone ondulato è quella di “arrotolare”. Se la combiniamo con il taglio (o la mettiamo in relazione ad altri oggetti), si possono originare svariate forme, a loro volta componibili e combinabili.

A sinistra: immagine di RobertapucciLab – A destra: immagine dal libro Créations en papier, mgf atelier

Oltre ai pezzi che possiamo recuperare nei packaging alimentari, il cartone ondulato si trova in commercio in fogli colorati per uso scolastico-hobbistico, oppure in grossi rotoli piuttosto economici, usati come materiale da imballaggio.

Cosa succede se proviamo a rifare la stessa forma in una dimensione molto più grande? Un dettaglio, un piccolo decoro diventa una presenza di forte impatto.

Allestimento e laboratorio di RobertapucciLab per “Il Castello dei Ragazzi” di Carpi

Replicando una piccola forma con una striscia larga quanto l’intero rotolo di cartone, quello che sembrava un germoglio è diventato un albero. E più alberi possono formare un bosco in una stanza… E’ successo al Castello dei Ragazzi di Carpi, durante una giornata dedicata ai laboratori creativi. I tavoli della biblioteca ragazzi, “apparecchiati” con vari materiali e strumenti, erano pronti ad accogliere adulti e bambini volenterosi, mentre gli alberi aspettavano di essere riempiti di fiori colorati.

La grammatica dei materiali ci invita a mettere le qualità e le proprietà di un materiale in relazione con il contesto e con le persone che lo abitano.
Ecco un esempio di come questo può accadere. Una mattina Maria Kozlowska, insegnante e atelierista svedese, notò un rotolo di cartone nel ripostiglio della scuola ed ebbe l’idea di mettere a disposizione dei bambini (di 2/3 anni) un labirinto di cartone ondulato.

Foto di Maria Kozlowska

Come lei stessa racconta, si tratta di un’unica striscia di cartone che i bambini possono continuamente rimodellare. Muovendo e unendo le superfici di cartone i bambini formano delle nuove “stanze” in cui possono stare da soli o con altri bambini, mentre nello stesso tempo si creano in modo organico dei passaggi tra le varie “stanze”.

Osservando attentamente il materiale, i bambini diventano consapevoli di come le loro azioni originano delle forme nello spazio, di come i movimenti delle dita sulla superficie ondulata creano dei rumori. Il rumore, infatti, è un altro aspetto caratteristico del cartone ondulato.

“Sono orme che scricchiolano” dice Denise, la bambina di quattro anni autrice dell’opera qui sopra, “La casa che scricchiola”, chiaramente ispirata dalla sonorità del materiale. L’immagine è tratta dal bellissimo libro “Mosaico di grafiche parole materia” pubblicato da Reggio Children, che illustra molto bene come i bambini siano in ascolto e in relazione con la natura del materiale che stanno esplorando.

Immagini dal libro Mosaico di grafiche parole materia, Reggio Children

Il cartone ondulato si piega ed ha le strisce: perciò l’arcobaleno è stata un’associazione spontanea per Lorena, una bambina di tre anni alle prese con marcatori indelebili e una striscia di cartoncino. Spesso, nelle loro esplorazioni, i bambini adottano in modo spontaneo un approccio empatico di ricercatori curiosi che invece, da adulti, dobbiamo recuperare con un certo sforzo di consapevolezza e intenzionalità.

Folon, Voyage brun, 2000

Per quale magica alchimia l’artista francese Folon riesce a trasformare un anonimo pezzetto di cartone ondulato in un paesaggio marino così evocativo e poetico? Credo che per qualsiasi professionista, questo dialogo rispettoso e curioso con la materia sia un elemento indispensabile per raggiungere un buon livello sia dal punto di vista estetico che funzionale, come testimoniano tanti esempi nel campo dell’arte e del design.
Il grande maestro Bruno Munari ci ricorda infatti che l’osservazione delle forme naturali risulta molto utile al designer, il quale si abitua ad usare i materiali per la loro natura, per le loro caratteristiche tecniche, e a non usare il ferro dove sarebbe meglio il legno o il vetro dove sarebbe meglio la plastica.

C’è un limite oltre il quale non si può andare, nel senso della semplicità costruttiva.

*

Modellino architettonico in scala, Museo MAXXI, Roma

Se siete interessati a continuare l’esplorazione della grammatica dei materiali, siete i benvenuti a unirvi al gruppo Facebook “The grammar of matter” e a condividere vostre eventuali ricerche con il cartone ondulato.

Un ringraziamento speciale a Maria Kozlowska per il suo prezioso contributo e per la bellissima immagine di copertina.

#grammaticadeimateriali

Conversando con un sasso

Carta e sasso

Da lontano, tutti sembrano uguali… ma a guardarli da vicino, ogni sasso è unico, ha una sua storia, è stato modellato dal tempo, dall’acqua, dal vento. Sembra così immutabile, monolitico, immobile, indivisibile. Forse ha migliaia di anni, era parte di una montagna, o magari ha viaggiato attraverso il mare.

choosing a stone

La poetessa Wisława Szymborska ha dedicato una bellissima poesia all’incontro con una pietra. Comincia così:

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.

A broken stone

La voce in prima persona continua a chiedere molte volte, senza scoraggiarsi…
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.

Ma la risposta della pietra non cambia, anche se il dialogo è tutt’altro che monotono, ricco di immagini e metafore suggestive, che non voglio svelarvi qui. Piuttosto, vi invito a leggere per intero questa “Conversazione con una pietra”, in un momento tranquillo, al vostro ritmo.
Fin dalle prime righe, la distanza incolmabile tra l’essere umano e la pietra è subito evidente, e può aprire molte domande. Come affrontiamo questa distanza? Possiamo accettare di non capire qualcosa che è troppo diverso da noi? Siamo in grado di accogliere, per quello che è, questo limite implicito che dipende dalla natura di entrambe le parti? Qual è la nostra reazione quando il messaggio (di un materiale o di un’altra persona) è “Tu non puoi entrare qui”?

Ora, immaginiamo che, in un contesto educativo, un bambino manifesti il desiderio di colorare dei sassi. Cosa proporreste? Naturalmente non esiste una soluzione giusta in assoluto, ma credo che se ci poniamo in un atteggiamento di “ascolto” nei confronti del materiale, saremo in grado di fare una scelta coerente e in sintonia con la sua natura. Probabilmente non sarà una pittura acrilica, così artificiale, coprente e cromaticamente intensa, nè il tratto lineare di un pennarello…

…forse potremmo immergere il sasso in acqua con un po’ di inchiostro colorato. Ogni sasso assorbirà il colore a modo suo, a seconda della consistenza e del colore di partenza. Alcuni cambieranno vistosamente, altri in modo quasi impercettibile, altri ancora si tingeranno di sfumature disomogenee. Non ho niente contro i sassi-coccinella, sassi-faccia e simili, ma (consapevole di assumere una posizione piuttosto impopolare) credo che questo genere di intervento sia incompatibile con il tentativo di conoscere e approcciare in modo autentico il sasso (o la coccinella).

Personalmente, non amo usare alcun tipo di colla su pietre e sassi, dal momento che non mi sembrano connessi in alcun modo, ma preferisco giocare con il peso, la gravità, l’equilibrio, la composizione. Per lo stesso motivo, in contesti educativi e laboratori, preferisco associare i sassi con altri materiali come carta, fili, stoffa, senza l’uso di colla e colori. Ecco un esempio di allestimento di un laboratorio dedicato a sassi e carta, che risale a molti anni fa.

Adulti e bambini di tutte le età potevano entrare liberamente. A tutti veniva consegnata una bustina. L’invito era quello di osservare con attenzione i materiali in esposizione, sceglierne alcuni e metterli nella busta.

Quindi, trovato un posto in cui sedersi e un tavolo in cui rovesciare la propria “spesa”, può cominciare l’esplorazione: come si possono incontrare i sassi e le carte così accuratamente scelti? L’obiettivo non è quello di realizzare un prodotto, anche se spesso, nel corso della ricerca, un prodotto prende comunque forma e diventa la risposta.

Sculptures with paper and stones

Due grammatiche molto diverse, quella del sasso e quella della carta, si confrontano, cercano strategie. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti ma inattive, mentre mano a mano che si trasforma, il materiale manifesta la sua natura e le sue possibilità.

Vi piacerebbe provare? Potete usare qualsiasi tipo di carta, anche di recupero, carta del pane, carta da forno, asciugatutto, riviste, quaderni, sassi di qualsiasi forma e dimensione.
Buon divertimento e a presto con un altro capitolo della grammatica dei materiali!

#grammaticadeimateriali

Se vi interessa il mondo dei materiali, siete i benvenuti a unirvi al gruppo Facebook “The grammar of matter”.

Dialogo con un foglio di carta

dialogue with a sheet of paper

Immaginate di vedere un foglio di carta per la prima volta. La sua presenza ci comunica molte informazioni: colore, forma, texture, dimensioni, collocazione nello spazio. Poi immaginate di prenderlo in mano. Attraverso il tatto, percepiamo la sua texture, il peso, la ruvidità o la morbidezza, la consistenza, l’umidità. Possiamo sentire il leggero suono che produce.

Toccandolo e osservandolo con un atteggiamento di apertura e curiosità, il foglio ci rivelerà quali sono le sue possibilità trasformative. Per esempio, intuiamo facilmente che si può arrotolare e piegare. Sembra che sia proprio il foglio, per le sue caratteristiche, a suggerirci queste azioni, così come quelle di strappare o appallottolare.
E quali strumenti si potrebbero rivelare adatti a interagire con questo materiale? Forbici, cucitrice, foratrice, ago, chiodo, forchetta… acqua. In quanti modi il foglio può essere trasformato con questi oggetti?

Ma il bello deve ancora venire. Ognuna di queste azioni può essere sviluppata attraverso infinite varianti. Per esempio, nel caso della piegatura, cambiando la dimensione delle pieghe, l’inclinazione, le proporzioni, il ritmo, la forma del foglio di partenza e così via. Poi, naturalmente, le azioni si possono combinare tra loro (piegare e tagliare, bagnare e accartocciare, eccetera) e usando diversi tipi di carta si avrà ogni volta un effetto diverso.

“Foglio & forma”, Paul Jackson; “Il gioco creativo – La carta”, Il Castello

A questo punto, è evidente come anche il materiale più semplice, come un foglio di carta, contenga in sè un mondo intero che aspetta solo di essere scoperto. Ma in ogni dialogo che si rispetti, ci sono due partecipanti e finora ci siamo occupati quasi esclusivamente di uno solo. Che dire della persona che agisce sul materiale? Ogni azione impressa sulla materia evoca in noi qualche associazione, emozione o ricordo. Per esempio, tagliare e strappare produrranno una risonanza diversa sulla stessa persona. Ognuno avrà le sue azioni preferite e, nello stesso tempo, la stessa azione sarà eseguita in modo diverso da ciascuna persona (con un certo tono muscolare, una certa velocità, pressione, intenzionalità, velocità, cura, eccetera). Ecco perché ogni incontro è unico.

Fotografia di Orit Jacobson

Nel libro “Lo spirito della materia”, Nona Orbach e Lilach Galkin esplorano proprio questo aspetto: la connessione tra il nostro mondo interiore e quello “esterno” della materia.
Ogni individuo possiede una propria modalità per accedere a un dialogo interiore, attraverso parole, immagini e metafore ricorrenti. Mentre viviamo una relazione intensa con i materiali artistici, ci ritroviamo a conversare attraverso quei materiali nel corso del nostro personale processo creativo. La stessa cosa avviene quando osserviamo lo sviluppo del processo di un’altra persona. La materia fisica non è solamente un oggetto, uno strumento, un impasto o una polvere, ma anche un insieme di parole tratte dal mondo concreto, sottoposte a una personalizzazione e quindi utilizzate per esprimere il mondo interiore.

Ora immaginate di voler creare con un foglio di carta un prodotto specifico, per esempio una barchetta con una certa forma. In questo caso, non sarete in grado di “vedere” davvero il foglio di carta in tutte le sue potenzialità, dal momento che lsiete interessati unicamente a un obiettivo predefinito e utilizzerete la carta solo come un mezzo. Naturalmente non c’è niente di male in questo… Ma l’approccio di cui parlo è un’altra cosa: un’interazione reciproca in cui entrambi i partecipanti giocano un ruolo attivo e il materiale non è solo forzato in un’idea a priori.

Potrebbe essere una metafora interessante del dialogo tra due persone. Se una delle due non è interessata all’altra e parla solo di se stessa senza ascoltare, qualunque persona avrà di fronte a sè dirà comunque le stesse cose. Nello stesso tempo, l’altro sarà completamente passivo e tra i due non può avvenire nessun tipo di scambio. Invece essere in relazione, con la consapevolezza di sé e dell’altro, apre dei percorsi nuovi e inaspettati per entrambi. Naturalmente, sono molti i possibili equilibri tra le due parti, più o meno simmetrici. Per esempio, potrei avere un’idea abbastanza precisa di cosa realizzare (una barchetta) ma lasciare che sia il materiale, in base alle sue caratteristiche, a suggerirne almeno in parte la forma definitiva o la grandezza.

Come descrivereste la vostra modalità di dialogo con il materiale? Chi conduce, chi si lascia condurre? I ruoli si possono alternare nel corso dello stesso processo creativo: in che modo avviene questo passaggio?

Insegnanti dei servizi 0-6 del Comune di Fano

Nel tipo di interazione “relazionale” che ho cercato di descrivere, la personalità del materiale incontra quella dell’artista. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti, ma nascoste. Trasformando il materiale, ogni persona rende visibile la sua unicità; nello stesso tempo, mentre viene trasformato il materiale manifesta la sua natura.

“L’impronta spirituale nella creazione artistica”, Nona Orbach

Ogni essere umano contiene dentro di sé un variegato patrimonio di caratteristiche e inclinazioni che lo rende ciò che è. Questa ricchezza si esprime per mezzo delle nostre azioni sulla materia. L’insieme di tutte le qualità che emergono dalle azioni impresse sulla carta, sulla creta o su un altro materiale, lascia dei segni visivi che originano un carattere distintivo unico. Se ne avrà la possibilità, questa “impronta” essenziale continuerà a svilupparsi e ad arricchirsi nel corso di tutta la vita.
Così l’artista e arte terapeuta Nona Orbach descrive l’essenza unica di ogni essere umano che si rivela attraverso la materia nel processo creativo. In altre parole, si tratta di un arricchimento reciproco nel rispetto dei limiti e delle potenzialità di entrambe le parti. Un approccio ecologico ed empatico nei confronti del mondo, di tutte le cose che incontriamo, grandi e piccole.

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#grammaticadeimateriali

Se sei interessato al mondo dei materiali…

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