Grammatica della neve

Di Roberta Pucci con il contributo di Suzanne Axelsson

Opere di Ceca Georgieva e Lucia Pec

Macro fotografie di Alexey Kljatov

Immagine di copertina: Lucia Pec


Quali materiali scegliere per sperimentare in modo creativo e dove cercarli? Nei negozi, in casa o in tutto l’ambiente intorno a noi? Credo che l’atelier sia in realtà una metafora di un incontro significativo e creativo con il mondo, quindi potenzialmente attivabile ovunque e con qualsiasi materiale, non solo in una stanza dedicata, con i classici materiali artistici. 
Che dire, per esempio, della neve? 

 

Esplorazioni nella foresta di Suzanne Axelsson

Il mio suggerimento è innanzitutto quello di non dare niente per scontato e immaginare di vedere quel materiale per la prima volta: con mani e sguardo curiosi, attraverso un incontro con tutti i sensi, il corpo, il movimento, liberi da aspettative e obiettivi predefiniti.

Del resto, prima di tutto, noi siamo materia. E non sempre è necessario creare o capire qualcosa. Possiamo, semplicemente, vivere un incontro per il gusto di conoscersi? Non solo di uso e consumo, quindi, ma anche ascoltando e osservando l’altro, come un ospite discreto e gentile. 

Ciao neve, chi sei?

 

Che rumori fa la neve? Com’è sulla pelle? Che sapore ha? In quanti modi si può prendere in mano e manipolare, e con quali oggetti e strumenti, oltre alle mani? Quanti tipi di neve ci sono, di quanti bianchi, consistenze, sfumature, texture? 

Non immaginavo che nella lingua svedese esistessero più di 50 parole diverse per definire la neve, alcune di uso comune in tutto il paese, altre più specializzate usate solo in certe zone o per motivi specifici, ad esempio per riconoscere se c’è il rischio di una valanga.

 

Eccone alcune:

  • Kramsnö – neve adatta per fare le palle di neve (letteralmente “neve-abbraccio” o “neve compressa”)
  • Drivsnö – neve alla deriva
  • Djupsnö – quando lo strato di neve è molto profondo
  • Fimmern eller fimmeln – fiocchi molto piccoli a temperatura molto bassa, come un pulviscolo nell’aria 
  • Firn – neve fine e granulosa
  • Fjunsnö – soffice e luminosa
  • Flaksnö – neve con uno strato ghiacciato in superficie, come un coperchio
  • Flister – neve a grana fine, di cui ti accorgi a malapena ma che ti rimane appiccicata in faccia 
  • Knarrsnö – quella che scricchiola quando ci cammini sopra 
  • Nysnö – neve nuova
  • Slask – fanghiglia di neve
  • Snöhagel – misto di grandine e neve
  • – mucchi di neve lasciati lì finché si sciolgono 
  • Upplega – neve accumulata sui rami deli alberi 
  • Yrsnö – neve che vola in tutte le direzioni contemporaneamente 

 

Opera di Lucia Pec

La neve nasconde, gioca a nascondino, ma può anche diventare terrificante durante una tempesta e farci perdere l’orientamento. Può essere dura e soffice, silenziosa o rumorosa. E ogni inverno continua a meravigliarci. Spesso abita i ricordi più belli dell’infanzia. I miei primi incontri con la neve, da bambina, sono avvenuti attraverso la distanza di tanti strati di imbottitura e i movimenti lenti, un po’ goffi, che quell’equipaggiamento da astronauta permetteva. La neve era qualcosa di irresistibilmente attraente quanto scomoda da raggiungere. Forse questo imprinting ha contribuito, in seguito, a plasmare il mio caratteristico approccio contemplativo? Cosa caratterizza invece il tuo approccio? Le modalità di fare esperienza sono diverse per ogni persona: siamo in grado di riconoscerle, autorizzarle e valorizzarle tutte?

 

I miei incontri con la neve a 4 anni

Tutto diventa morbido, silenzioso, smussato, oppure scricchiolante e rivestito di una corazza di ghiaccio. Neve come un foglio di carta incontaminato steso sul paesaggio, dove possono comparire impronte e mappe di percorsi.

Molti autori si sono fatti ispirare da questa magia. Tra i tanti, Aoi Huber-Kono con il libro Era inverno e Bruno Munari con il suo Cappuccetto bianco, entrambi pubblicati dalle Edizioni Corraini. 
La personalità del bianco, con tutte le sue infinite variazioni, si esprime al massimo nella neve. Quanti tipi di bianco siamo in grado di riconoscere e identificare con un nome specifico? E siamo proprio sicuri che non ci siano sfumature di altri colori, qua e là? 

 

Immagine tratta dal libro Era inverno di Aoi Huber-Kono

La neve è parte di un contesto più ampio, naturalmente, e in relazione con esso. Dovremmo sempre cercare di tenere in mente questa relazione quando entriamo in contatto con la neve e con il suo ambiente per esplorarlo o modificarlo. Le bellissime immagini del post ci offrono diversi esempi in questo senso, di interazione rispettosa e dialogo con il contesto. 

 

Opere di Ceca Georgieva

Come possiamo creare delle nuove connessioni tra la neve e gli altri elementi naturali dell’ambiente? In quanti modi la neve può incontrare un albero, tenendo in considerazione la sua specifica forma, dimensione, posizione? 
Attraverso delle palle di neve, per esempio: e ogni volta la composizione sarà differente, a seconda dell’albero o del gruppo di alberi in questione. 

 

Opere di Ceca Georgieva

Oppure usando alcuni materiali naturali disponibili nelle vicinanze per creare una composizione sulla neve (anziché con la neve), che quindi non è più materia plasmabile ma supporto accogliente.

Opere di Lucia Pec

La neve può diventare anche un materiale con cui disegnare: per addizione (ovvero aggiungendo il materiale su una superficie)…

 

Opere di Lucia Pec (a sinistra) e Suzanne Axelsson (a destra)

…o per sottrazione (cioè rimuovendo il materiale), come nelle immagini qui sotto. Gli strumenti e le texture da sperimentare sono praticamente infiniti, e di nuovo, possibilmente in relazione con la forma e la tipologia della superficie che accoglie i segni (un tronco, una roccia, uno spazio tra un gruppo di alberi, la riva di un fiume, ecc.).

 

Opere di Lucia Pec (a sinistra) e Suzanne Axelsson (a destra)

Neve è materia da modellare e l’amato pupazzo di neve non ha l’esclusiva! Di quali oggetti e creature effimere si popola il vostro paesaggio? Sedie, salotti, ippopotami, unicorni, la mano di un gigante che emerge dalla terra, o semplicemente delle forme organiche ispirate dal contesto… 

 

Opere di Lucia Pec

Ogni trasformazione ha un impatto sull’intero paesaggio: è come un dialogo tra materiali, forme e colori, tra la natura e la persona che opera con i suoi elementi. 

 

Opere di Lucia Pec

Chi conduce, chi segue? Da dove viene l’ispirazione? Nelle opere qui sotto vediamo due esempi piuttosto diversi: in un caso (nelle opere a sinistra) la composizione è stata probabilmente ispirata dalla conoscenza indiretta della forma del fiocco di neve, poi rielaborata esteticamente dell’artista. Nell’altro caso, invece, l’opera sembra scaturire quasi spontaneamente dall’incontro della forma della pietra con i fili d’erba. Incontro che avviene grazie all’azione dell’artista ed è messo in evidenza dalla neve, come se questa fosse una specie di intermediario tra la pietra e l’erba. 

 

Opere di Lucia Pec

Passiamo ora a osservare un singolo fiocco di neve, questo misteroso microcosmo. Ogni fiocco è un unico, non ce ne sono due uguali. Com’è possibile e come avviene il processo di formazione?

Un fiocco si crea quando microscopiche gocce d’acqua passano attraverso una massa d’aria molto fredda e congelano, formando inizialmente un piccolo prisma.


Macrofotografie di Alexey Kljatov

Le regole intrinseche della struttura molecolare plasmano la forma del primo nucleo di cristallo e direzionano la sua crescita. Ma come spiega Ian Stewart nel bellissimo libro “Che forma ha un fiocco di neve?”, durante la discesa verso il suolo il cristallo può attraversare masse di umidità e temperature variabili, diverse velocità del vento e pressioni atmosferiche. Queste minuscole variazioni favoriscono o inibiscono la formazione di “facce piane” o di “rami” della struttura cristallina, e influenzano il loro modo di combinarsi, cosicchè la forma finale dipende dalle condizioni che il fiocco incontra durante il suo viaggio, fino al contatto con il suolo.

La variabilità dei parametri che entrano in gioco è tale da garantire una gamma praticamente illimitata di varianti morfologiche.


Macrofotografie di Alexey Kljatov

Quanta meraviglia e quanti misteri contenuti in un microscopico granello… come possiamo preservare questo stupore (e le domande che esso suscita) all’interno di un contesto educativo, supportando le ricerche dei bambini senza fornire delle risposte chiuse già pronte?

Una questione mai scontata su cui vale la pena soffermarsi, come educatori e genitori.

Per chi volesse continuare a esplorare la grammatica della neve, suggerisco di approfondire il lavoro delle artiste Ceca Georgieva e Lucia Pec, dell’educatrice e autrice Suzanne Axelsson e del fotografo Alexey Kljatov – che ringrazio di cuore per i preziosi contributi. Ma soprattutto, se avete la fortuna di poterla raggiungere facilmente, vi invito a lasciarvi sorprendere da un incontro a tu per tu con la neve, e a lasciarvi condurre, senza sapere per quale destinazione.  

 

Opere di Lucia Pec

Iscriviti alla newsletter per ricevere il Mini-kit per esplorazioni sensibili nella natura

Diario naturale (for nature lovers only)

natural diary

Benvenuto caro amante della natura. Niente di più facile che spiegarti come si fa un diario naturale… dal momento che lo sai già! In altre parole, non ci sono regole: ognuno lo fa a modo suo. Prima di tutto, scegli un quaderno e qualche strumento di cancelleria. Poi esci all’aperto, in giardino, in un cortile, in una terrazza. In alternativa, siediti accanto a un vaso di fiori o davanti a una finestra da cui si vede il cielo, magari un albero.

Mi raccomando, scegli con cura il quaderno e gli strumenti che userai, perché in qualche modo ti influenzeranno. Matita, penna, pennarelli? Gessetti, evidenziatori, matite colorate? Fogli bianchi, colorati, a righe, a scacchi? Ogni texture ci invita in modo diverso, ogni strumento produce una diversa sfumatura espressiva. Naturalmente potrai cambiare gli strumenti di giorno in giorno, facendoti ispirare dallo stato d’animo del momento. E averne pochi non è una scusa: si può cominciare anche solo con un blocco per gli appunti e una matita!

Cosa c’è nelle pagine del diario naturale? Parole, disegni, foglie, petali, macchie, segni. La forma di una nuvola. Il ritornello di una canzone. La traiettoria di un insetto. Un ricordo. Una foto stampata, incollata e ritoccata. Una collezione di ombre ricalcate. Qualsiasi libera associazione di immagini o parole nata in questo breve momento libero dagli impegni quotidiani, a contatto con un pezzetto di natura.

Cerca di dedicare al diario qualche minuto tutti i giorni, senza necessariamente seguire un ordine cronologico delle pagine. Cioè puoi andare avanti e indietro a piacimento, o lasciare una pagina vuota, come ad esempio quando il colore passa dall’altra parte e lascia un segno che non ti piace (forse, dopo un po’ di tempo, avrai voglia di trasformarlo…).

Il diario naturale si scrive in un tempo sospeso, in cui gli occhi e la mente si riposano, senza cercare niente. Le cose arriveranno, piccole o grandi, magari solo una parola o un piccolo segno. Il diario è anche una scusa per legittimarsi a non dover essere produttivi e funzionali, almeno per qualche minuto.

L’uomo si sente isolato nel cosmo, poiché non è più inserito nella natura ed ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi, a loro volta, hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche. Il tuono non è più la voce di una divinità irata, né il fulmine il suo dardo vendicatore. I fiumi non sono più dimora di spiriti, né gli alberi il principio vitale dell’uomo, né il serpente l’incarnazione della saggezza o l’antro incavato della montagna il ricetto di un grande demonio. Nessuna voce giunge più all’uomo da pietre, piante o animali, né l’uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto , e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava.
Carl G. Jung, “L’uomo e i suoi simboli”

Il diario naturale è un piccolo gesto di riconciliazione con la natura, e forse anche con se stessi.


Per condividere le vostre pagine del diario naturale potete usare l’hashtag #naturaldiaryfornatureloversonly su Instagram.

Esplorazioni e atelier nella natura

Ognuno di noi possiede i cosiddetti “cento linguaggi” di cui parla Loris Malaguzzi nella sua nota poesia “Invece il cento c’è”. Ciò non significa che abbiamo bisogno di cento materiali o strumenti, ma che possiamo relazionarci con il mondo in “cento” e più modi diversi. L’importante è non preoccuparsi del risultato o di un prodotto finale, come il disegno realistico di una foglia o di un fiore, ma semplicemente lasciarsi coinvolgere ed entrare in relazione con quella foglia o quel fiore.

Per esempio, avete mai osservato davvero i colori di un fiore che vi piace? Siete riusciti a contarli, nominarli? L’impresa non è semplice come sembra. Esistono così tante tonalità di verde (o di qualsiasi altro colore), che la nostra lingua non possiede abbastanza parole per nominarle. Ma la questione si complica ancora di più, perché il colore cambia nel tempo, attraverso le stagioni, la giornata, e addirittura, guardando bene, anche in un solo secondo. Basta cambiare punto di vista, o che una nuvola passi davanti al sole.

Ma allora qual’è il “vero” colore di una cosa?

Come possiamo sostenere la ricerca di un bambino che, per esempio, dimostra interesse nei confronti delle sfumature cromatiche di un fiore? Prima di tutto, credo, condividendo il suo stupore e dando valore alle sue osservazioni, magari facendo qualche domanda. Tuttavia, a volte questo viene frainteso: interrogarsi insieme ai bambini non significa intervistarli e annotare le loro risposte per la “documentazione” scolastica. Una domanda non è necessariamente uno stimolo positivo per il processo di ricerca: potrebbe essere posta troppo presto o contenere già una certa risposta. Come, per esempio, chiedere perché i colori cambiano con la luce prima che i bambini lo abbiano notato. Insomma, si può anche restare ad osservare in silenzio.

Oltre a interrogarsi insieme, quali materiali offrire per approfondire una ricerca sui colori, e come? Naturalmente, non esiste una sola risposta, ma tante possibili a seconda del contesto. Tuttavia, se il nostro intervento si limita ad invitare i bambini a scegliere dei pennarelli, la nostra sarà certamente un’offerta molto povera rispetto le infinite possibilità di creare e mescolare i colori (“e poi cento cento cento ma gliene rubano noventanove…”).

Se, per esempio, i bambini sono abituati a muoversi in autonomia nell’atelier o conoscono già diversi materiali artistici, potremmo porre loro la questione: quali sono i materiali più adatti per una ricerca sulle sfumature? Dopodichè, cercheremo di seguire il corso del processo, sostenendolo e potenziandolo. Forse i bambini sceglieranno comunque i pennarelli, all’inizio, ma probabilmente si renderanno presto conto che le tonalità cromatiche non sono abbastanza… e saranno portati a considerare altre soluzioni, magari dei colori liquidi come tempere, inchiostri o acquerelli, che si prestano per loro natura a indagare il fenomeno della sfumatura grazie alle proprietà dell’acqua.
Qual’è il punto esatto in cui finisce un colore e ne comincia un altro? Quando non si riescono a definire chiaramente i confini tra i colori, diciamo che c’è una sfumatura. Ma che cos’è esattamente una sfumatura?

Secondo l’artista Paul Klee, la sfumatura è un tipo di “ordine” che contraddistingue il mondo naturale, differenziandolo dal mondo artificiale. Il “naturale” si sviluppa attraverso un processo continuo di “crescendo” e “diminuendo” non strutturato, dove i contrari fluiscono l’uno nell’altro. L’ordine artificiale, invece, è più povero ma reso percepibile da un’organizzazione suddivisa in passaggi misurabili.

Attraverso la sua ricerca artistica, Klee ha cercato di individuare quali sono le regole e i principi secondi i quali si sviluppano le forme vegetali. Gli appunti e i disegni di questa indagine oggi sono raccolti nei due bellissimi libri “Teoria della forma e della figurazione”.

Per esempio, come nasce la forma di una foglia? Paul Klee pensava che le nervature costituiscono delle linee di energia costruttiva e che la forma finale dipende da queste forze, nel senso che il contorno si forma laddove si interrompe l’irradiazione lineare. Secondo questa prospettiva, quindi, la forma esterna è il risultato di alcune forze (o cause) interne. Ma esistono molte altre risposte possibili.

Il biologo e matematico D’Arcy W. Thompson, per esempio, nel suo trattato “Crescita e forma” si avventura nella ricerca delle formule algebriche che regolano la crescita delle forme naturali.
Bruno Munari, invece, seguendo una pista più empirica, suggerisce che per capire una forma organica non sia utile “ricopiarla” ma “provocarla”, in modo che essa si riveli con naturalezza. Ad esempio soffiando su una goccia di inchiostro su un foglio e osservando come la materia tenda a ramificarsi fino al suo esaurimento.

Qual è dunque la risposta giusta? Non ne esiste solo una, nè tantomeno un solo modo di cercarla. Le risposte assolute sono pericolose, spengono all’istante quello stupore generatore di domande che è il motore di ogni conoscenza. Così come sono tanti i linguaggi per cercare una risposta, servono tante risposte per avvicinarsi alla verità.

Perchè, allora, esistono delle proposte ricorrenti associate al Reggio approach e alla teoria dei cento linguaggi? Non è forse un paradosso? Alcuni degli esempi più in voga sono il disegno dal vero di un fiore posizionato al centro di un tavolo e il disegno dell’ombra degli oggetti.

Forse non abbiamo abbastanza fiducia nella ricchezza dei processi che possono nascere dai bambini e per questo ci appoggiamo a delle soluzioni “sicure”, già pronte? Perchè proprio questa proposta tra le infinite modalità possibili di esplorare le ombre?

Per esempio nel mio caso, l’incontro con le ombre non mi ha portato ad esplorarle attraverso il disegno. Una volta, durante una passeggiata in mezzo alla natura, mi sono imbattuta in una serie di piccole ombre di foglie lungo alcuni rami. Sembrava una specie di codice, un alfabeto di vari equilibri tra spazi pieni e vuoti all’interno della stessa forma. Mi interessava soprattutto il ritmo visivo sempre in movimento creato dall’interazione tra la luce, le foglie, il vento e il mio punto di vista. Il processo, dunque, mi stava portando a giocare con dei pentagrammi vegetali…

E invece il bambino interessato alle sfumature del fiore? Chissà, magari avrebbe continuato ad approfondire il tema del colore anche attraverso le ombre: dove va a finire il colore quando c’è un’ombra sopra? E l’ombra ha un suo colore?

Credo che sperimentare in prima persona il processo creativo e il suo potenziale sia una condizione necessaria per avere fiducia nei processi dei bambini, per poterli riconoscere e sostenere.

Quel fiore, con le sue sfumature, è unico, ma nello stesso tempo contiene molte dimensioni diverse – scientifica, estetica, filosofica, emozionale, narrativa – tutte connesse tra loro. L’atelier è un luogo in cui alcuni di questi percorsi esplorativi possono prendere forma, attraverso materiali e strumenti, spazi e tempi. Quel fiore è unico, ma nello stesso tempo si riflette in “cento” riflessi, uno per ogni linguaggio espressivo e uno per ogni persona. Non è bellissimo?

Buona esplorazione nella natura!


Iscriviti alla newsletter per ricevere il mini-kit per esplorazioni creative nella natura!

Let’s keep in touch! Subscribe to Robertapuccilab newsletter!
Let’s keep in touch! Subscribe to Robertapuccilab newsletter!