Imparare a guardare

Il punto non è cosa si vede ma come si guarda, a partire dai piccoli dettagli quotidiani fino alle più ampie prospettive sistemiche. Cominciamo da un gioco che tutti abbiamo provato almeno una volta: cercare una forma riconoscibile in una macchia informe, come una nuvola o una scrostatura nell’intonaco. Si tratta di una tendenza specificatamente umana, denominata “pareidolia”. Molto probabilmente, dieci persone vedranno dieci cose diverse nella stessa macchia: un fenomeno piuttosto ovvio ma interessante, la prova che proiettiamo costantemente qualcosa di noi nel mondo, rendendo la nostra percezione “relazionale” piuttosto che obiettiva.

 

 

Si può giocare anche inquadrando in modo insolito un’immagine e poi cercando un titolo. Per esempio, come intitoleresti l’immagine qui sotto? Il sole sull’erba, una foglia al sole o la casa delle ombre? Qual è il centro attorno al quale si costruisce il senso? Ogni risposta può essere giusta, eppure la percezione ad essa connessa è piuttosto diversa.


Ora date una sbirciatina dalle finestre della scatola qui sotto, provate a immaginare l’oggetto nascosto e disegnatelo. Sarebbe bello mettere a confronto i vari disegni, probabilmente tutti diversi l’uno dall’altro, così come dall’oggetto reale. Non succede forse la stessa cosa quando, durante una discussione, siamo in disaccordo con altri e percepiamo la nostra soluzione come l’unica possibile?

 

Nel suo libro Fondamenti e applicazioni della logoterapia, Frankl utilizza la metafora delle proiezioni ortogonali per spiegare la complementarietà delle varie discipline che studiano un certo oggetto: i vari punti di vista non si escludono a vicenda ma, grazie all’integrazione delle loro specificità, possono avvicinarsi a una buona approssimazione della “verità” dell’oggetto. Perciò anche se esistono rappresentazioni completamente diverse e apparentemente inconciliabili di uno stesso oggetto, ciò non significa che l’oggetto non esista o che tutte le rappresentazioni non siano plausibili (da un certo punto di vista).
Il contrasto tra il rettangolo e il cerchio non contraddice il fatto che si tratti dello stesso cilindro visto di fronte e da sopra!


Quel che si dice per la visione è anche vero per la conoscenza, scrive Frankl. Viviamo in un’epoca di specialisti: uomini che non vedono più la foresta della verità a causa degli alberi dei fatti singoli. Certo non possiamo far girare a ritroso la ruota della storia, la società non può fare a meno degli specialisti.
Ma è proprio vero che il pericolo sta in una carenza di universalità? Non si cela piuttosto nella pretesa di totalità? Quel che è pericoloso è il tentativo di un esperto, ad esempio un biologo, a spiegare gli esseri umani esclusivamente in termini biologici.


Qualche anno fa ho avuto la fortuna di visitare la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Stavo chiacchierando piacevolmente con un monaco nella cappella francescana, circondati, come in un labirinto, da cappelle dedicate alle altre varianti della cristianità (ortodossa, valdese, eccetera), mentre la chiesa era a sua volta circondata da altre chiese, moschee e sinagoghe. A un certo punto ho avuto la sensazione di vedermi dall’alto: ero dentro a una scatola, che a sua volta era contenuta da un’altra scatola, circondata da altre scatole ancora, tutte piene di finestre di varie forme e dimensioni. Io e il monaco stavamo cercando di sbirciare da una delle tante finestre per mettere a fuoco qualcosa, che però era troppo grande per essere contenuta interamente da un’unica visuale. 

 

Immaginiamo ora di guardare insieme dalla stessa finestra: di nuovo, con molta probabilità, non vedremo esattamente la stessa cosa. La cultura, il linguaggio, la famiglia, le esperienze personali, rappresentano dei filtri sovrapposti che inevitabilmente influenzano la nostra visione. Anche le nostre conoscenze accumulate nel tempo sono delle lenti attraverso le quali osserviamo e cerchiamo di interpretare la realtà.
Tutte queste metafore visive possono diventare degli strumenti utili per sperimentare in forma di gioco dei concetti importanti: cambiare punto di vista, decontestualizzare, focalizzare l’attenzione su un particolare per poi allargare il campo e collocarlo in un contesto più ampio, provare gli occhiali di qualcun altro.


Se siamo consapevoli di avere a disposizione diverse lenti, potremo scegliere di volta in volta quelle più utili, e magari approssimarci il più possibile alla verità. Essere responsabili implica prendere una posizione ma senza irrigidirla e senza scambiare una parte per il tutto. Possiamo usare la nostra comprensione per non restarne prigionieri.


Un ringraziamento speciale a Nona Orbach, Eylon Orbach e Shari Satran per l’indimenticabile viaggio a Gerusalemme.

Creare connessioni, pensare per immagini

making connections

Da dove cominciare quando ci sono tante cose da dire, organizzare, scrivere, spiegare? Qual è il punto di partenza che può assicurare il percorso migliore, attraversando tutte le tappe? Io credo che sia uno qualsiasi, dal momento che le cose per noi significative sono implicitamente collegate nella nostra rete di senso. Quindi non c’è il rischio di perderne qualcuna per strada, si potrà passare dall’una all’altra in modo interscambiabile. E quella che dimenticheremo forse non era così importante.

Le connessioni possibili tra le cose sono potenzialmente infinite. Proviamo a usare come metafora visiva questa immagine, copiata da un maestro illustre che presto sveleremo. In quanti modi, con quante forme si possono collegare i punti rossi?

Naturalmente, se ci fosse un numero maggiore di punti, il numero di connessioni possibili aumenterebbe. Ma un numero maggiore ci aiuterebbe a creare delle connessioni più interessanti? In altre parole: la quantità dei punti (ovvero dei dati di partenza) è una variabile rilevante per la nostra capacità di metterli in relazione e per la qualità della relazione?

Il matematico francese Henri Poincaré definisce la creatività come la capacità di unire elementi esistenti sparpagliati e lontani in combinazioni nuove e utili. Quindi, la domanda potrebbe essere riformulata così: la quantità degli elementi di partenza influenza la qualità del processo creativo? Come educatori interessati allo sviluppo della creatività, ci interroghiamo sulla quantità di stimoli che presentiamo ai bambini?

Potremmo usare questa strategia grafica anche per visualizzare le modalità relazionali di un gruppo. Spesso un’immagine ci aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti di cui non eravamo pienamente consapevoli, ad esempio l’esistenza di sottogruppi, un elemento isolato, la chiusura o l’apertura della struttura verso l’esterno… Probabilmente le rappresentazioni del gruppo da parte dei suoi membri saranno diverse: potrebbero emergere dei denominatori comuni, così come delle singole specificità.

Dal momento che ci stiamo occupando di immagini, non dimentichiamo l’importanza delle caratteristiche visive e degli strumenti che scegliamo per crearle. Il colore, le forme, il tipo di linea, la collocazione e le proporzioni nello spazio: tutte queste caratteristiche evocano certe qualità della struttura connettiva. Compaiono fili sottilissimi e tremolanti tracciati in punta di matita o il segno deciso di un pennarello indelebile? Una rete fitta e intricata di linee spigolose o fluide aree di acquerello che si sovrappongono?

Dato lo stesso insieme di punti, ogni persona troverà un modo diverso per collegarli; dato un certo problema, ognuno lo risolverà a modo suo. Quale migliore metafora per ricordarci che la nostra visione non è univoca ma una tra le tante possibili? Come si relaziona la nostra rappresentazione con quella degli altri?

Finalmente è giunto il momento di svelare l’autore dello spunto di partenza visivo di questa riflessione: “Viaggio nella fantasia”, un piccolo, prezioso libro di Bruno Munari, edito da Edizioni Corraini. Nella copertina ci sono dei fori da usare come stencil, in modo che il lettore possa continuare il gioco inventando nuove connessioni.

Nel libro “Fantasia” Munari esplora un modo simile una foglia, cercando di rendere visibili le relazioni nascoste nella sua forma.

Immagine dal libro “Fantasia” di Bruno Munari

Partendo dal ricalco di una foglia di quercia, Munari ne traccia il contorno e ne ricava uno schema composto da puntini che poi collega in modi diversi. Ognuno troverà forme sue ma sempre in relazione alla foglia. (…) Le variazioni sono personali e infinite. Questo gioco per costruire forme attraverso le ricerca di connessioni si può applicare a diversi temi. La designer grafica Simona Moundrouvalis, per esempio, ha ideato uno schema di punti per inventare infiniti tipi di stelle.


Ma ora viene il bello. Potremmo traslare questa strategia di consapevolezza e ricerca di connessioni anche in altri campi, diversi da quello visivo? A questo proposito, mi sembra molto interessante l’opera “Metafore della conoscenza” di Donata Fabbri e Alberto Munari, che ci invita a scoprire le metafore visive con cui organizziamo i nostri pensieri: un labirinto? Un albero? Un palazzo pieno di stanze? Come la rappresentazione visiva influenza il pensiero e viceversa?

Un altra possibile applicazione è il pensiero narrativo, dal momento che le connessioni tra personaggi, cose, azioni, luoghi costituiscono l’essenza di ogni storia.

Ricordo che da bambina mi piaceva ritagliare immagini dalle riviste. Le raccoglievo in un sacchetto, poi ne estravo a caso una alla volta, la posizionavo sul tavolo e cominciavo a inventare una storia in base alle connessioni che i vari elementi facevano scattare tra loro.

Naturalmente questo non vale solo per le figure ritagliate, ma per qualsiasi tipo di oggetto e materiale. Per esempio, quale storia potremmo inventare a partire da alcuni pezzi di carta trovati in casa? E come valorizzare questi pezzetti, in modo da renderli dei reperti preziosi carichi di memorie, magari dei resti di un’antica città?

Quali altre strategie connettive conosci che si potrebbero aggiungere a questo elenco? Più connessioni siamo in grado di vedere e costruire, più aumenta la nostra possibilità di scegliere. Anche quando gli elementi sembrano pochi o poco interessanti, è la qualità della relazione che può fare la differenza.

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