Scarabocchiare: un gioco tra occhi e mano

di Roberta Pucci


Qual è la relazione tra la mente, gli occhi e la mano di un bambino che sta tracciando i suoi primi scarabocchi? Non credo che arriveremo mai a svelare completamente questo mistero, ma possiamo comunque raccogliere alcuni indizi interessanti.

Come Nona Orbach ha descritto molto bene nel suo post Genesi della linea, le prime linee nascono da un movimento che lascia una traccia, o meglio, dalla consapevolezza della traccia lasciata dal movimento, per cui il bambino comincerà ad eseguire dei movimenti intenzionali per tracciare dei segni. In questa fase, nonostante la mente sia inevitabilmente connessa fin dal principio in termini di consapevolezza e intenzionalità, è il corpo ad essere protagonista. Infatti, tutti gli scarabocchi tracciati dai bambini a partire dai due anni derivano dal movimento naturale della mano e del braccio, che siano eseguiti o meno con il controllo degli occhi.

La psicologa americana Rhoda Kellogg, dopo aver raccolto e analizzato più di un milione di disegni, ha individuato 20 scarabocchi base, che si trovano per lo più combinati tra loro, dimostrando come la direzione delle linee corrisponde all’articolazione spontanea di polso, gomito e spalla.

Gli scarabocchi-base, da Analisi dell’arte infantile di Rhoda Kellogg

Ma ben presto compare un altro elemento in gioco. Quando il bambino disegna su una superficie chiaramente delimitata – come un foglio di carta – e il segno si colloca in un’area definita, gli occhi acquistano un ruolo fondamentale. Mentre disegna, infatti, il bambino riceve uno stimolo visivo sempre nuovo, costituito sia dai segni che dagli spazi vuoti, ovvero dal rapporto mutevole tra i segni e lo spazio del foglio.

Lo scarabocchio si trova al centro o vicino ai lati? In alto o in basso, a destra o a sinistra? Si espande in orizzontale o in verticale? Quanto spazio occupa? Tutte queste informazioni vengono acquisite dal bambino in quanto egli percepisce il foglio e lo scarabocchio nell’insieme, come un tutto unico, e reagisce di conseguenza. La percezione di elementi diversi come se fossero “un intero” è una delle caratteristiche tipiche del modo “di vedere” degli esseri umani, che è stata indagata approfonditamente dalla psicologia della Gestalt.

Alcuni dei 17 modelli di posizione identificati da Rhoda Kellogg

Il bambino, quindi, “risponde” a ciò che vede originando il nuovo stimolo, che solleciterà una nuova risposta e così via, creando un flusso di gioco con delle proprie regole implicite (descritto da Suzanne Axelsson nel post Il flusso e la cornice spazio-temporale del disegno). In questa fase, il disegno implica il coinvolgimento di mano e occhio, senza che siano implicati altri aspetti di tipo cognitivo o simbolico. Ecco perché non avrebbe senso chiedere “Cosa stai disegnando?” o “che cos’è quello?” in riferimento ai segni tracciati dal bambino.

Procedendo negli stadi successivi dello sviluppo grafico, questo primo ruolo così preponderante del movimento e della vista non scomparirà, ma si andrà a integrare progressivamente con gli elementi più complessi che entreranno in gioco, come ad esempio la rappresentazione simbolica o l’interesse per il realismo. Le questioni “estetiche” di bilanciamento visivo che si pone una persona in età adulta o persino un artista maturo, si fondano sugli stessi principi di percezione visiva dei modelli di posizione dei primi scarabocchi (oltre a intrecciarsi con molti altri aspetti più culturali, naturalmente).

Nel libro Arte e percezione visiva, Rudolf Arnheim approfondisce appunto le teorie della Gestalt sui meccanismi della nostra percezione mettendole in relazione all’arte visiva. Per esempio, se diamo una rapida occhiata all’immagine in basso a sinistra, ci rendiamo subito conto che il cerchio non si trova al centro del quadrato. Ma in che modo abbiamo acquisito questa informazione?

Elaborazione grafica di un’immagine tratta dal libro Arte e percezione visiva di Rudolf Arnheim

I nostri occhi non hanno misurato la distanza tra il cerchio e ogni lato per poi confrontare le varie distanze, ma hanno percepito la posizione asimmetrica del cerchio rispetto al quadrato, il rapporto spaziale nel suo complesso, in quanto tendiamo e percepire un elemento in relazione al contesto, quindi rilevando una serie di informazioni nell’insieme.

Inoltre, il disco ci appare anche un po’ instabile, inquieto, come se fosse attratto verso il centro. L’esperienza visiva, infatti, è un’esperienza dinamica: ogni elemento visivo attiva una serie di “forze” e tensioni, come un sasso gettato in acqua che genera una serie di onde. Nel nostro caso, per esempio, il cerchio subisce le forze generate dalla struttura del quadrato, che corrispondono agli assi mediani, alle diagonali e – naturalmente – al centro (come illustrato nell’immagine in alto a destra): nonostante non siano disegnate, esse sono comunque percepite dai nostri occhi.

Ognuno di noi ha avuto a che fare, una volta o l’altra, con questo tipo di questione che riguarda la ricerca di un equilibrio visivo. Ad esempio componendo un mazzo di fiori o scrivendo un biglietto di auguri: meglio un po’ più in là… questo è troppo in alto… forse meglio avvicinare quest’altro… perfetto!

Il disegno è uno dei doni più preziosi che contraddistingue il genere umano. Dai primi scarabocchi di un bambino ai capolavori della storia dell’arte, da un educatore di nido all’insegnante della più prestigiosa accademia di Belle Arti, non dimentichiamoci di considerarlo sempre con grande rispetto e rinnovato stupore.


Questo post fa parte del progetto Grammar of drawing a cura di Suzanne Axelsson, Nona Orbach e Roberta Pucci ed è tradotto in 5 lingue:

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