Il disegno come atto democratico – 2

di Suzanne Axelsson – Traduzione di Roberta Pucci

 

Ho impiegato quattro anni per dipingere come Raffaello, poi mi è servita una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Pablo Picasso

 

Credo che questa fase di Picasso venga spesso male interpretata. Picasso non voleva tornare a dipingere come un bambino ma ricercava quella libertà dalle aspettative convenzionali tipica dei bambini molto piccoli. Egli si riferiva a quel breve periodo temporale in cui i bambini non disegnano le case quadrate con i tetti triangolari e il camino rettangolare (indipendentemente dal fatto che possano aver osservato delle case simili nel loro contesto) e non rappresentano l’acqua con degli scarabocchi blu (in realtà l’acqua appare raramente blu, tranne in piscina forse, dove comunque sono le piastrelle ad essere blu).


Forse questa affermazione di Picasso centra qualcosa con il mio costante tentativo di decolonizzare il mio modo di pensare, di imparare e di insegnare? “Decolonizzazione” è un termine che sta diventando sempre più diffuso. Si riferisce alla conquista di territori da parte dei popoli europei per avere il controllo delle risorse di quelle terre, spazzando via la resistenza dei nativi in parte con la violenza, in parte sopprimendo le culture locali attraverso l’imposizione della propria cultura. Pensando alle colonie vengono subito in mente in mente le isole del Pacifico, ma sono coinvolti anche il Nord e il Sud America, l’Australia, parti dell’Asia, gran parte dell’Africa e – fin dai tempi delle Crociate – anche il Medio Oriente. La conferenza TED The Danger of a Single Story di Chimamanda Ngozi Adichie, che consiglio caldamente, descrive molto bene i problemi che insorgono quando il pensiero “bianco” occidentale – solitamente “maschile”, eterosessuale, eccetera – è considerato l’unico modo corretto di pensare, o ancora peggio, quando le persone dimenticano che esistono anche altri modi di pensare.


Ho anche qualche dubbio rispetto l’utilizzo di una citazione di Picasso all’interno di una riflessione sulla decolonizzazione (intesa come apertura ad altre verità, storie e possibilità), dal momento che la sua arte ha tratto beneficio dalle strutture coloniali che hanno esaltato la sua interpretazione dell’espressione estetica indigena (su questo vedi articolo di Liisa-Ravna Finbog). In altre parole, il suo modo di rappresentare “l’altro” era spesso stereotipato o forzatamente esotico, evitava di affrontare la verità delle persone e dei luoghi rappresentati e traeva da ciò un vantaggio economico.


Per riuscire a comprendere il senso che può avere il disegno come atto democratico, dobbiamo cominciare a pensare agli effetti della cultura sul modo di vedere il mondo e viceversa. In pratica, quali credenze sul mondo influenzano il nostro modo di percepirlo, i dettagli che notiamo, le storie che ascoltiamo? Stiamo disegnando degli stereotipi, dei pregiudizi o la verità?  


Naturalmente, un bambino molto piccolo non è ancora stato esposto sottoposto ad anni di influenze culturali. C’è una libertà di sperimentare il mondo così com’è, piuttosto che attraverso “le storie” raccontate dalla nostra società. Come adulti, e specialmente come educatori e genitori, dovremmo disimparare molte di queste “verità”, in un processo di costruzione di autentica equità, per creare una vera democrazia dove la partecipazione e la possibilità di far valere la propria voce è una possibilità reale per tutti. Ciò significa ascoltare tutte le storie anziché solo quella ufficiale, permettendo così ai bambini di avere la libertà di essere ciò che sono e di riconoscere il valore dell’altro.


E se Picasso avesse volute dire che dipingere come un bambino significa disimparare le verità che ci hanno raccontato, essere liberi da ogni restrizione per ascoltare e imparare da tutte le storie? Tutto questo si potrebbe paragonare al tipico disegno convenzionale di un fiore, un cerchio con cinque petali, che tanti bambini imparano a disegnare, nonostante molti fiori siano completamente diversi – tulipani, denti di leone, rose, orchidee, iris, margherite, eccetera. Immagina un mondo in cui vieni sminuito e fatto sentire meno degno solo perché non sei un fiore a forma di cerchio con cinque petali: decolonizzare il pensiero significa acquisire la libertà di disegnare ogni tipo di fiore e non solo quel modello.


Quindi cosa possiamo imparare da tutto questo, cosa fare perché l’arte diventi parte del nostro approccio democratico all’educazione, del nostro stare con i bambini?


Le regole culturali hanno il potere di contaminare il modo in cui i bambini vedono e percepiscono il mondo. Poco a poco, la visione si restringe, la percezione si attutisce, così che vengono progressivamente a perdersi la complessità, la molteplicità, i dettagli e le sfumature del mondo: le scelte artistiche, creative e cognitive dei bambini si fondano sempre più su una comprensione generale filtrata, piuttosto che su osservazioni della vita reale.


Le convenzioni sociali e la cultura sono un aspetto importante e costituiscono parte del nostro senso di appartenenza. Non voglio dire che dovremmo boicottarle, ma – come educatori e genitori – non dovremmo nemmeno limitare la comprensione del mondo dei bambini occultandone una parte. Le convenzioni servono per rispettarsi a vicenda, per aiutarsi, per dire grazie, per sapere cosa è bene fare, come insegnare, e cosa non lo è, come picchiare o uccidere: tutte queste norme sono fondamentali per vivere insieme. Il problema insorge quando certe convenzioni escludono o svalorizzano alcune persone. Molti di noi hanno combattuto contro l’idea comune secondo cui un bambino è un vaso da riempire di informazioni; mentre è una lotta continua quella contro la tradizione culturale che considera le donne meno capaci degli uomini (alcuni paesi sono più avanti nell’uguaglianza di genere rispetto ad altri).  


Le convenzioni e le norme, quindi, sono fondamentali, a volte buone, a volte restrittive e pericolose.

Un’altra ancora riguarda “il non perdere tempo”: spesso cose come giocare ed esprimersi in modo creativo sono considerate una perdita di tempo. Nel corso degli anni, quindi, provare il contrario è stata un sfida… ma purtroppo anche nell’ambito delle discipline artistiche esiste un approccio che tende ad accelerare i tempi, ad arrivare alla fase successiva il prima possibile, considerando anche il gioco e l’arte come strumenti per passare a un livello successivo: un riflesso di questo atteggiamento si ritrova in quei genitori e insegnanti ansiosi che i bambini superino il periodo della lallazione e comincino a parlare, che smettano di gattonare o scarabocchiare e comincino a camminare e disegnare in una forma riconoscibile dagli adulti. Ciò implica che alcune cose come il disegno (di cui lo scarabocchio è un processo fondamentale) non abbiano molto valore di per sé, ma solo in quanto una fase verso l’acquisizione della scrittura o di altri traguardi che non sono considerati una perdita di tempo.


Ne risulta una manipolazione delle attività artistiche, del disegno, dello scarabocchio e del gioco, per raggiungere un risultato desiderato, vanificando lo scopo dell’arte e del gioco, così come la loro enorme complessità. Nell’articolo “Drawing as Meaning-making”, Debi Keyte-Hartland descrive la complessità della conoscenza dei materiali, di se stessi e del mondo, come un linguaggio sociale, relazionale ed anche generativo. In altre parole, si tratta di interagire con gli altri durante il processo e dopo il processo; di capire le interconnessioni e le interdipendenze, di un linguaggio per creare conoscenza e condividerla. In questa prospettiva, lo scarabocchio è molto più di un precursore della scrittura e non si incoraggia solo questa narrativa… Lo scarabocchio è visto in termini di relazioni.


Il disegno come atto di democrazia implica che educatori e genitori siano aperti alle molteplici possibilità che il processo offre e permette. Richiede la consapevolezza dei nostri pregiudizi nonché dei programmi educativi, in modo che essi non limitino o offuschino la capacità del bambino di vedere il mondo così com’è ed evitino di nutrire forzatamente i bambini con ciò che prevede “la norma” (soprattutto se le convenzioni escludono, opprimono e danneggiano altre persone). Sono molto grata del fatto che il dialogo sull’autismo si stia aprendo, e che molto lentamente  la visione convenzionale del bambino autistico come un problema, qualcosa di “mancante”, stia finalmente cambiando in una visione più complessa, creativa, di un bambino che possiede un processo di apprendimento diverso, spesso danneggiato da una società che preme verso “la normalità”. Rallentare, guardare e ascoltare con attenzione sono delle modalità che si possono applicare anche al disegno e che dovremmo praticare tutti i giorni su noi stessi, in modo da essere in grado di fare poi lo stesso con i bambini di cui ci occupiamo.


Osserva il mondo intorno a te così com’è. Ascolta tutte le storie. Fai in modo che l’esperienza artistica possa rappresentare uno spazio per esplorare ciò che vediamo e che sentiamo, per costruirne un senso e condividerlo con gli altri.


La prima parte della citazione di Picasso (“ho impiegato quattro anni per dipingere come Raffaello”) implica che egli, come artista, abbia trascorso degli anni a copiare gli altri. Chiaramente Raffaello rappresentava un modello che Picasso ha usato per imparare delle tecniche e per esercitarsi più e più volte fino ad acquisire la padronanza desiderata. Non per dipingere come Raffaello, ma – credo – per comprendere come Raffaello dipingeva. Imparare attraverso il fare. Fare attraverso il conoscere. Picasso fu in grado di fare tutto ciò che fece perché ne possedeva la conoscenza, perché lo aveva sperimentato concretamente. Aveva “giocato” a Raffaello.


Tutto questo rappresenta il cuore del disegno come atto di democrazia. Uno spazio per scoprire, esprimere e condividere tutte le storie. Un processo in cui viene concesso un tempo che non si attiene ai programmi convenzionali per raggiungere un risultato specifico, ma che è piuttosto in funzione della libertà di rivelare la propria verità. Uno spazio in cui gli scarabocchi possano raccontare la loro preziosa storia per tutto il tempo che quella storia avrà bisogno di essere raccontata, senza fretta di arrivare in modo lineare alla fase successiva, presumibilmente migliore secondo le convenzioni. Decolonizziamo lo scarabocchio!


Questo articolo fa parte del progetto Grammar of Drawing di Suzanne Axelsson, Nona Orbach e Roberta Pucci, ed è stato tradotto in 4 lingue:

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