Imparare a guardare

Il punto non è cosa si vede ma come si guarda, a partire dai piccoli dettagli quotidiani fino alle più ampie prospettive sistemiche. Cominciamo da un gioco che tutti abbiamo provato almeno una volta: cercare una forma riconoscibile in una macchia informe, come una nuvola o una scrostatura nell’intonaco. Si tratta di una tendenza specificatamente umana, denominata “pareidolia”. Molto probabilmente, dieci persone vedranno dieci cose diverse nella stessa macchia: un fenomeno piuttosto ovvio ma interessante, la prova che proiettiamo costantemente qualcosa di noi nel mondo, rendendo la nostra percezione “relazionale” piuttosto che obiettiva.

 

 

Si può giocare anche inquadrando in modo insolito un’immagine e poi cercando un titolo. Per esempio, come intitoleresti l’immagine qui sotto? Il sole sull’erba, una foglia al sole o la casa delle ombre? Qual è il centro attorno al quale si costruisce il senso? Ogni risposta può essere giusta, eppure la percezione ad essa connessa è piuttosto diversa.


Ora date una sbirciatina dalle finestre della scatola qui sotto, provate a immaginare l’oggetto nascosto e disegnatelo. Sarebbe bello mettere a confronto i vari disegni, probabilmente tutti diversi l’uno dall’altro, così come dall’oggetto reale. Non succede forse la stessa cosa quando, durante una discussione, siamo in disaccordo con altri e percepiamo la nostra soluzione come l’unica possibile?

 

Nel suo libro Fondamenti e applicazioni della logoterapia, Frankl utilizza la metafora delle proiezioni ortogonali per spiegare la complementarietà delle varie discipline che studiano un certo oggetto: i vari punti di vista non si escludono a vicenda ma, grazie all’integrazione delle loro specificità, possono avvicinarsi a una buona approssimazione della “verità” dell’oggetto. Perciò anche se esistono rappresentazioni completamente diverse e apparentemente inconciliabili di uno stesso oggetto, ciò non significa che l’oggetto non esista o che tutte le rappresentazioni non siano plausibili (da un certo punto di vista).
Il contrasto tra il rettangolo e il cerchio non contraddice il fatto che si tratti dello stesso cilindro visto di fronte e da sopra!


Quel che si dice per la visione è anche vero per la conoscenza, scrive Frankl. Viviamo in un’epoca di specialisti: uomini che non vedono più la foresta della verità a causa degli alberi dei fatti singoli. Certo non possiamo far girare a ritroso la ruota della storia, la società non può fare a meno degli specialisti.
Ma è proprio vero che il pericolo sta in una carenza di universalità? Non si cela piuttosto nella pretesa di totalità? Quel che è pericoloso è il tentativo di un esperto, ad esempio un biologo, a spiegare gli esseri umani esclusivamente in termini biologici.


Qualche anno fa ho avuto la fortuna di visitare la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Stavo chiacchierando piacevolmente con un monaco nella cappella francescana, circondati, come in un labirinto, da cappelle dedicate alle altre varianti della cristianità (ortodossa, valdese, eccetera), mentre la chiesa era a sua volta circondata da altre chiese, moschee e sinagoghe. A un certo punto ho avuto la sensazione di vedermi dall’alto: ero dentro a una scatola, che a sua volta era contenuta da un’altra scatola, circondata da altre scatole ancora, tutte piene di finestre di varie forme e dimensioni. Io e il monaco stavamo cercando di sbirciare da una delle tante finestre per mettere a fuoco qualcosa, che però era troppo grande per essere contenuta interamente da un’unica visuale. 

 

Immaginiamo ora di guardare insieme dalla stessa finestra: di nuovo, con molta probabilità, non vedremo esattamente la stessa cosa. La cultura, il linguaggio, la famiglia, le esperienze personali, rappresentano dei filtri sovrapposti che inevitabilmente influenzano la nostra visione. Anche le nostre conoscenze accumulate nel tempo sono delle lenti attraverso le quali osserviamo e cerchiamo di interpretare la realtà.
Tutte queste metafore visive possono diventare degli strumenti utili per sperimentare in forma di gioco dei concetti importanti: cambiare punto di vista, decontestualizzare, focalizzare l’attenzione su un particolare per poi allargare il campo e collocarlo in un contesto più ampio, provare gli occhiali di qualcun altro.


Se siamo consapevoli di avere a disposizione diverse lenti, potremo scegliere di volta in volta quelle più utili, e magari approssimarci il più possibile alla verità. Essere responsabili implica prendere una posizione ma senza irrigidirla e senza scambiare una parte per il tutto. Possiamo usare la nostra comprensione per non restarne prigionieri.


Un ringraziamento speciale a Nona Orbach, Eylon Orbach e Shari Satran per l’indimenticabile viaggio a Gerusalemme.

Che cos’è un Atelier?

Quale può essere il senso di una professionalità artistica inserita all’interno di un contesto educativo, in uno spazio dedicato? Proverò a rispondere a partire dalla mia esperienza di atelierista in una scuola dell’infanzia in provincia di Reggio Emilia, che si inserisce quindi nella patria di Loris Malaguzzi e nella cornice del suo pensiero pedagogico. Da questa prospettiva, l’identità del luogo che chiamiamo atelier è strettamente connessa alla teoria dei cento linguaggi, espressa da Malaguzzi nella sua nota poesia “Invece il cento c’è”. Anzi, credo che il concetto di atelier emerga in modo naturale insieme all’idea di bambino – e di essere umano – descritta da questa poesia: un bambino dotato di una grande ricchezza di linguaggi, di cento e più potenzialità espressive e comunicative, verbali e non verbali, non frammentate ma tenute insieme dalla dimensione olistica che caratterizza la relazione dei bambini con il mondo.

“Il bambino è fatto di cento”: così comincia la poesia, dichiarando che un bambino (e in generale, una persona di qualunque età) non ha bisogno di un altro che lo riempia “di cento”, perché già lo possiede. Possiede che cosa? Un potenziale variegato e molteplice, una dotazione naturale propria di ogni essere umano, pronta a diventare concreta manifestandosi nel mondo. Se solo ne avrà la possibilità, questo potenziale si svelerà in tutta la sua bellezza, come un fiore che dal seme si sviluppa attraverso i colori, la forma, il profumo, e infine diventa frutto. Se ne avrà la possibilità. Ciò significa che è necessario un ambiente sufficientemente accogliente affinchè questo processo possa essere legittimato e trovare il giusto nutrimento.

Questo ambiente è un atelier: un contesto specificatamente allestito con una proposta di materiali e attività, all’interno di una cornice spazio-temporale, per far sì che il 100% del variegato potenziale di ogni persona possa fiorire, prendere corpo attraverso il processo creativo, l’espressione di sè e la costruzione attiva della conoscenza.

In altre parole, si tratta di uno spazio intenzionalmente predisposto per accogliere l’unicità di ognuno e favorire la sua naturale espressione attraverso una relazione creativa con il mondo (ovvero attraverso i materiali e le esperienze proposte).

Atelier della scuola dell’infanzia “Le Betulle”, Cavriago (RE)

Secondo questa definizione, quindi, l’atelier non consiste necessariamente in una stanza dedicata all’interno della scuola (anche se effettivamente è così che sono nati i primi atelier nelle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia). Si tratta piuttosto di un certo modo di allestire un ambiente e di un certo tipo di relazione con le persone che lo abitano, mantenendo al centro l’obiettivo appena descritto.

Potrebbe essere, per esempio, un certo angolo di una stanza, una giardino, un mini-atelier mobile su ruote o addirittura un’intera scuola, dove le classiche sezioni divise per età o per gruppi eterogenei sono state trasformate in atelier tematici. Naturalmente, l’effettiva realizzabilità di queste opzioni dipende dal contesto specifico, dai suoi bisogni e dalla sua organizzazione.

Atelier sartoria della scuola dell’infanzia “Gallizi”, Fano (PU)

Quali sono allora le caratteristiche che dovrebbe avere un atelier?

Innanzitutto, la metafora dei cento linguaggi ci suggerisce la qualità della molteplicità, della varietà, della diversità come un valore. In questo modo, riferendoci in particolare all’ambito della prima infanzia, l’ambiente corrisponderà alla naturale, variegata ricchezza del potenziale creativo dei bambini.

Come ci ricorda Vea Vecchi, una delle prime atelieriste e collaboratrice di Loris Malaguzzi, i bambini non separano l’esplorazione della realtà in discipline separate, ma dal nostro punto di vista di adulti, nelle ricerche dei bambini sono presenti e interconnessi molti approcci disciplinari.

Siamo in grado – come educatori, atelieristi o insegnanti – di riconoscere la compresenza di questi molteplici aspetti nei processi creativi?

Atelier della scuola dell’infanzia “Gallizi”, Fano (PU)

Consideriamo, per esempio, un bambino che sta preparando una torta per il compleanno di un amico, vera o finta che sia, con della creta o un altro materiale modellabile. Dopo aver impastato e steso la forma circolare, il bambino aggiunge con cura alcune decorazioni, incidendo la superficie con uno strumento affilato e aggiungendo delle piccole forme in rilievo. Quindi divide la torta in un certo numero di fette per condividerla con gli amici. E magari il tutto è avvenuto in un atelier dedicato alla cucina o alla manipolazione. Naturalmente l’aspetto tattile, manipolativo e legato alla manualità fine è ben evidente. Ma ci sono anche altre dimensioni coinvolte, altrettanto importanti: il pensiero matematico (quanti siamo? Quante fette servono? Come si divide la torta in un certo numero di parti uguali?); la ricerca estetica, il ritmo e il linguaggio visivo delle decorazioni; le abilità sociali e la dimensione affettiva.

Citando ancora Loris Malaguzzi, i cento linguaggi lavorano insieme, cooperano in modo naturale e sinergico. Quindi, dovremmo considerare la molteplicità come un unico insieme di tante parti interconnesse e collegate al senso di cui quella persona sta investendo la sua ricerca, dunque connesse alla sua unicità.

I cento linguaggi non sono una lista di cento materiali; piuttosto, partendo dal presupposto dell’unicità di ogni essere umano, ci invitano a scoprire cento e più modi di usare, per esempio, la stessa matita. Se osserviamo con attenzione, infatti, noteremo che ogni persona usa la matita in modo diverso, magari solo per un dettaglio.

Il cento comprende inoltre una varietà di ritmi e di tempi, che possono procedere fianco a fianco. Ognuno ha il suo personale approccio al tempo e allo spazio: come si muove, come si gestisce e come interagisce con l’ambiente?

Come può ogni unicità essere accolta all’interno dell’organizzazione generale della scuola o del contesto educativo? E all’interno dell’atelier?

Pur essendo “unico”, ogni essere umano attraversa, durante la sua crescita, gli stessi stadi di un processo universale archetipico, che noi – in quanto educatori – dovremmo ben conoscere. Personalmente, trovo straordinario come lo sviluppo di ogni bambino proceda seguendo un percorso condiviso da tutta l’umanità che, nello stesso tempo, si sovrappone all’unicità di quel bambino. Ognuno, quindi, percorrerà le stesse tappe in modo originale e irripetibile, esprimendo la variazione unica di un processo universale. La conoscenza teorica di questi processi, come ad esempio quello dello sviluppo grafico, ci aiuta a capire dove si trova il bambino in quel momento, quali sono i suoi attuali bisogni e obiettivi, gli strumenti di cui dispone, così da poterlo supportare nel miglior modo possibile.

All’unicità, dunque, si affianca la caratteristica dell’universalità, come due lati della stessa medaglia entrambi necessari per comprendere i processi in corso all’interno dell’atelier.

Atelier del Centro Internazionale Loris Malaguzzi, Reggio Emilia

L’ultimo elemento che vorrei introdurre è, naturalmente, la conoscenza dei materiali (o della grammatica dei materiali), ovvero la caratteristica primaria dell’identità dell’atelierista – che, per definizione, è una figura professionale con una formazione artistica.

Non si tratta di una conoscenza teorica, intellettuale: dobbiamo esplorare in prima persona, con le nostre mani, i materiali che offriamo all’interno dell’atelier. Solo l’esperienza diretta, che passa attraverso il nostro processo creativo, ci permetterà di riconoscere, accreditare e favorire i processi degli altri, bambini o adulti che siano, di orientarci nella scelta dei materiali e delle proposte. Cento linguaggi non significa fare ogni giorno qualcosa di nuovo, non riguarda la quantità ma la ricchezza delle qualità e delle connessioni, la relazione tra i materiali e che li sta usando: quali significati, quali storie e conoscenze stanno prendendo forma?

Atelier della scuola dell’infanzia “I Tigli”, Cavriago (RE)

Tutti gli elementi descritti finora sono interconnessi e in relazione al contesto specifico. Dal momento che ogni contesto è diverso, così come ogni persona o gruppo, non esistono formule sempre valide, generalmente applicabili. Tuttavia, abbiamo un obiettivo chiaro per mantenere la rotta e alcuni punti di riferimento, che ho cercato di delineare, per orientarci. La persona è il punto di partenza (ovunque si trovi) e il punto di arrivo, realizzando il cento per cento di ciò che è possibile al momento.

“Il cento c’è”, è lì che aspetta. Riusciamo a dargli fiducia?

Infine, non dimentichiamo che la nostra unicità – di atelierista, insegnante, educatore o genitore – è una parte attiva, mai neutrale, del processo in atto. O per meglio dire con una metafora, anche noi siamo parte di una danza senza partitura, insieme ai materiali e alle persone di cui ci prendiamo cura, nel teatro dell’atelier.

Un ringraziamento speciale ai servizi educativi 0/6 del Comune di Cavriago (RE) e del Comune di Fano (PU)

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Photo credits

Immagine di copertina: Scuola dell’Infanzia “I Tigli”, Cavriago (RE)

Illustrazioni centrali con le linee colorate: rielaborazione grafica di immagini tratte dal libro “A spasso con una linea” di Roberta Pucci e Michele Ferri, Edizioni Artebambini

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L’esperienza dello stupore

foglia ginko biloba

Come si può indagare lo stupore?

Ho pensato che il modo migliore fosse l’esperienza diretta.

Così sono andata al solito parco dove mi capita spesso di passeggiare e di incantarmi di fronte a qualche piccolo miracolo della natura. Ero pronta a cogliere questi momenti e a fotografarli per condividerli, a osservare tutto il processo… Ma quel giorno non successe proprio nulla. Nonostante la natura fosse sempre lì, bella e generosa, niente colpì il mio sguardo in modo particolare.

Questo episodio deludente mi ha insinuato il sospetto che l’intenzionalità possa essere un ostacolo: forse lo stupore non si può cercare. O meglio: se lo cerchi, non lo trovi.

Proviamo a ripercorrere a ritroso alcune “vecchie” passeggiate in cui sono inciampata per caso nella meraviglia, e cerchiamo di individuare gli eventuali elementi ricorrenti, una specie di lista di indizi che caratterizzano l’esperienza dello stupore. Esiste un comune denominatore?

Il primo indizio  è semplice e conferma il mio sospetto sull’intenzionalità: non stavo cercando niente di speciale e non mi aspettavo nulla. Semplicemente qualcosa è successo, oppure a un certo punto ho notato qualcosa, senza motivo apparente.

Il secondo elemento sempre presente è una specie di spazio vuoto interiore, necessario affinché lo stupore possa aprirsi un varco. La mia mente non era occupata dai soliti mille pensieri. Magari a volte ero troppo stanca per poter pensare, altre volte forse era domenica mattina… Insomma per qualche motivo la mente era quieta. Potrei definire questa qualità come un vuoto sensibile e ricettivo.

Terzo indizio: lo stupore si svela attraverso i dettagli e le piccole cose. È delicato, gli piace giocare a nascondino, non gli piacciono il rumore e la fretta.

Quarto indizio: accade attraverso i sensi, quindi si tratta di un’esperienza estetica più che intellettuale.

Potrei anche azzardare una connessione con la bellezza, se non percepissi la parola “bellezza” troppo complessa e nello stesso tempo generica, difficile da definire. Forse è più utile cercare, nelle mie esperienze di stupore, le qualità estetiche ricorrenti che io associo alla bellezza.

Ne ho trovate almeno tre:

  • Il vento e il movimento dell’aria
  • Una luce particolare (molto calda ma non troppo forte) che interagisce con alcune superfici, creando ombre e trasparenze
  • E naturalmente le foglie. Non una foglia qualunque, ma “quella” foglia, in quel momento e in quel posto preciso, da quel certo punto di vista e attraverso “quella” luce.

Mi chiedo se ogni persona possieda delle proprie qualità estetiche associabili alla sua particolare esperienza della meraviglia. Forse questi elementi estetici personali sono connessi in qualche modo alle nostre radici, ai luoghi in cui siamo nati, ai nostri primi incontri con il mondo.

Indizio numero cinque: mi sentivo immersa in quello che stavo guardando, come se i confini diventassero meno definiti e il mio ego scomparisse per una frazione di secondo. Non ero più Roberta Pucci, nata a Fano, atelierista, eccetera eccetera… Ero solo la mia percezione, una consapevolezza penetrante e impersonale. Per qualche istante, anche l’abituale percezione del tempo sembrava alterata, come una piccola oasi in cui il tempo è rimasto sospeso.  

Questa sensazione è tanto coinvolgente quanto fragile. Scompare facilmente, soprattutto se tentiamo di catturarla con un video o una fotografia.

Ecco dunque il sesto indizio: anche la fotografia può essere un ostacolo all’esperienza dello stupore.

Per quale motivo? Credo per il punto di vista da “osservatore esterno” che è necessario assumere. Per fotografare qualcosa, per esempio una foglia, devo osservarla da fuori, cioè posizionarmi “al di fuori” di una connessione con quella foglia, tornando nei miei panni e guardandola attraverso l’obiettivo.

Tutto questo mi fa pensare ad alcuni contesti educativi, in cui l’insegnante sommerge i bambini (o gli studenti) con un mare di parole, domande, osservazioni, mentre prende appunti e scatta fotografie per documentare, magari nel momento in cui un bambino è attratto da qualcosa e si trova proprio sull’orlo di quelle sensazioni così sottili appena descritte. Credo che come adulti-educatori dovremmo fare più attenzione a tutelare questi momenti così preziosi e delicati. È vero che lo stupore costituisce spesso l’inizio di un apprendimento significativo, ma prima di tutto è ossigeno per la nostra anima e non solo uno strumento didattico!

Infine, una domanda: dove accade lo stupore? A contatto con la natura, nel mio caso, specialmente in certi giardini che amo; ma forse ognuno di noi ha i suoi luoghi speciali in cui succede questa magia.  

Forse lo stupore è potenzialmente ovunque, ma solo alcuni incontri possono attivarlo, oppure possiamo trovarlo solo grazie a un certo stato d’animo?

E se lo straordinario fosse nascosto nell’ordinario?

Come questi indizi e la nostra esperienza diretta ci possono aiutare a riconoscere lo stupore dei bambini, a proteggerlo, a dargli valore?

Mi piacerebbe conoscere la vostra esperienza e magari aggiungere altri indizi a questa mappa.

Grazie per aver condiviso questa breve passeggiata. Vi auguro buoni incontri con la meraviglia, senza cercarla, tenendo aperti gli occhi, la mente e il cuore!

Questo articolo è disponibile in versione video sul canale YouTube di RobertapucciLab. Per restare aggiornati sulle nuove ricerche di Robertapuccilab iscriviti alla Newsletter!

I 100 linguaggi dei bambini

invece il cento c'è

La teoria dei cento linguaggi nasce da una poesia di Loris Malaguzzi. Prima della sua interpretazione in termini pedagogici, quindi, è stata espressa attraverso il linguaggio delle immagini e delle metafore tipico della poesia. Infatti non si tratta di una teoria che possiamo capire a livello concettuale e poi applicare, ma di qualcosa che va compreso a un livello più ampio e profondo. Una poesia ci racconta qualche verità universale attraverso le sue immagini particolari. Così, “i cento linguaggi” non si limitano al raggio d’azione della nostra scuola o del nostro contesto specifico, ma riguardano l’idea stessa di bambino e, in fin dei conti, di essere umano.

Dopo aver letto le prime righe, soffermiamoci per un attimo sul numero “cento”. Credo che questa parola rappresenti metaforicamente la grande molteplicità e ricchezza del potenziale di ogni bambino. “E poi cento cento cento”: così grande che è difficile da contenere (e prevedere) nella mente di un adulto. Forse per questo i bambini ci sorprendono sempre.

Nello stesso tempo, “il cento” si declina in modo sempre diverso per dare forma all’unicità di ogni bambino. In altre parole, ogni bambino contiene dentro di sè il proprio tesoro fatto di cento, che lo contraddistingue come essere unico al mondo. Ecco perché la teoria dei cento linguaggi non significa che i bambini debbano necessariamente fare tutti le stesse esperienze, provare tutti gli stessi materiali.

L’essenza dei cento linguaggi non è una lista di tanti materiali diversi. Non si tratta di quantità, ma della varietà e molteplicità delle qualità di esperienze offerte dal contesto, cosicchè ogni bambino possa trovare il suo modo di esprimersi. Ma ecco che andando avanti nella lettura della poesia, succede qualcosa di imprevisto: gliene rubano novantanove! Com’è possibile?

Qui sembra incombere una scissione incolmabile tra l’adulto e il bambino. A questo punto dovremmo chiederci se i cento linguaggi appartengano in modo esclusivo al mondo dell’infanzia. E se così fosse, fino a che età precisamente? E poi, dove va a finire “il cento” nell’età adulta?
Proviamo a partire dall’inizio. Per un bambino, qualsiasi cosa rappresenta un incontro sorprendente, una scoperta. Tutto è nuovo… Perché mai la cucina o il giardino dovrebbe essere meno interessante dell’atelier?

Mentre esplora il mondo, un bambino è completamente assorto, corpo e mente, in un approccio olistico che tiene insieme molte dimensioni diverse – cognitiva, sensoriale, sociale, emotiva – oltre ai suoi bisogni, desideri, domande, storie. Il bambino gioca e impara nello stesso tempo: non c’è distinzione tra il divertimento del gioco e la serietà dell’apprendimento. Questa separazione concettuale compare cronologicamente più tardi, attraverso la scuola e il pensiero dell’adulto, e credo che Malaguzzi si riferisse proprio a questo.

Nel suo libro “Il bambino come artista”, Howard Gardner spiega come nei primi anni di vita i bambini esplorino i vari sistemi simbolici in modo molto libero e fluido, passando con disinvoltura dall’uno all’altro. Ciò è dovuto – almeno in parte – al fatto che essi ancora non conoscano le convenzioni sociali e culturali. Andando avanti con l’età, aumenta l’interesse per gli aspetti che riguardano il proprio contesto socio-culturale, con le sue regole e i suoi valori condivisi. Il desiderio di approfondimento va di pari passo con l’aumento dell’attenzione focalizzata e la graduale specializzazione delle discipline scolastiche.

In linea di massima, possiamo affermare che nel corso dello sviluppo evolutivo, a una prima dimensione “orizzontale” (caratterizzata dalla connessione) segue una dimensione più “verticale”, di selezione e approfondimento. Questi due aspetti non sono in opposizione ma entrambi necessari: semplicemente caratterizzano con diversi equilibri le varie fasi evolutive.

Per quanto riguarda la fascia 0/6, la dimensione orizzontale, fluida della connessione è fondamentale, mentre con l’aumentare dell’età (e dell’interesse per gli aspetti culturali condivisi, così come per la specializzazione), il numero delle connessioni e la varietà dei linguaggi esplorati può tendere progressivamente a diminuire. Ciò non toglie che tale dimensione possa poi essere recuperata nelle fasi successive, con una rinnovata consapevolezza e nuove conoscenze. In ogni caso, credo che questo passaggio possa spiegare come dei 100 linguaggi dell’infanzia, un adulto che resti imbrigliato in una prospettiva verticale di convenzioni e divisioni del sapere, ne conservi solo venti o addirittura uno, sottraendo anche ai bambini gli altri 99.

Alla luce di questa consapevolezza, come allestire una proposta in un contesto educativo?
La foto qui sopra mostra un classico esempio generalmente associato al Reggio approach, di cui su internet si trovano tante variazioni: un elemento vegetale al centro, dei fogli di carta nelle varie postazioni e una selezione di materiali per disegnare di alcune tonalità cromatiche selezionate. Come possiamo affermare che questa proposta sia coerente con la teoria dei cento linguaggi solo guardando un’immagine, senza sapere nulla del contesto all’interno del quale è stata fatta? Dovremmo chiederci, per esempio, perché l’insegnante abbia scelto di invitare i bambini a disegnare un fiore. E quale relazione c’è tra quei bambini e quel fiore? Se tutti gli anni l’insegnante offre quella stessa proposta, si tratta semplicemente di un’attività, una tecnica, un’esperienza. Niente di male, magari a molti bambini piacerà, ma l’essenza dei cento linguaggi è qualcos’altro. E se i bambini non fossero affatto interessati al fiore ma ai movimenti di una coccinella che è apparsa su una foglia? Siamo veramente in ascolto e in osservazione degli interessi dei bambini, dei loro processi? Lasciamo loro abbastanza spazio o siamo troppo oppressi dall’ansia da prestazione, dalle aspettative dei genitori, dal tema predefinito, dal programma scolastico e, perché no, dagli slogan pedagogici di tendenza?

Nessuna formula ci può garantire che stiamo seguendo il sentiero dei cento linguaggi. Perché è un sentiero imprevedibile, sempre diverso e unico, così come ogni bambino e ogni insegnante, nel loro contesto specifico che è diverso da ogni altro. Siamo chiamati a partecipare a una danza che nasce dall’incontro tra la nostra identità, il nostro bagaglio di conoscenze come professionisti e le identità dei bambini. Perché presentare quel fiore sul tavolo, tra le centinaia e centinaia di altre possibilità?

“Il cento c’è”: qual è la manifestazione unica del cento di quei bambini, in quel contesto?
Anche noi, come educatori e adulti, abbiamo un ruolo attivo nel processo. Se ne prenderemo parte in modo empatico, non riempiremo i bambini di cento cose ma sapremo offrire un contesto ricco e accogliente, dove il cento per cento delle potenzialità dei bambini potrà fiorire.

Il gioco delle variazioni

Mi è sempre piaciuto esplorare le variazioni di un oggetto o di un’immagine: fino a che punto la sua identità resta riconoscibile attraverso il cambiamento? Quali sono i suoi elementi essenziali?
Esistono tanti modi per indagare questi aspetti attraverso le immagini e i materiali. Giocando con Ester, per esempio. Ma chi è Ester?

All’inizio, era solo una striscia di carta casualmente piegata in tre parti, uno scarto di lavoro rimasto sulla mia scrivania. Ma quella particolare piegatura faceva sembrare la striscia quasi viva… aveva un equilibrio particolare, assomigliava a qualcosa. Mano a mano che la forma si definiva nella mia mente, cercavo di sagomarla con le forbici: ed eccola lì, ciao Ester!

Dal quel momento, ho cominciato a giocare con la nuova identità di quella striscia di carta per esplorare le sue potenzialità: come si muove nello spazio? Quanti movimenti può fare, quante posizioni può assumere? Come si può relazionare con altre forme?

Come si possono trasformare certe caratteristiche per creare delle variazioni? Ad esempio cambiando le dimensioni o la forma di certe parti, il materiale, la texture…

Nel suo libro “Fantasia”, Bruno Munari elenca una serie di strategie creative per trasformare un oggetto conosciuto, sviluppando così la fantasia e l’immaginazione. Ecco qualche esempio:

  • giocare con i contrari e gli opposti (una tartaruga veloce)
  • moltiplicare una parte (un drago a sette teste)
  • cambiare le dimensioni (una coccinella gigante)
  • cambiare il colore (un pane blu)
  • cambiare il materiale (un martello di spugna)
  • cambiare la funzione (una scarpa usata come vaso da fiori)
  • cambiare il contesto (una nave in mezzo a un prato)

L’identità di un personaggio può evolvere anche all’interno di una cornice narrativa, attraverso incontri, storie, avventure… Per esempio, cosa succede se Ester incontra un gatto?

Il tema dell’identità e delle sue possibili trasformazioni attraverso la variazione è anche un tema che si ritrova in molti libri illustrati per l’infanzia. Un esempio per tutti: “Il mio ippopotamo” di Janik Coat (La Margherita Edizioni), dove l’identità dell’ippopotamo è indagata attraverso diversi colori, texture, tipologie del segno grafico.

L’esplorazione delle possibili variazioni di un oggetto (di un personaggio o di un’immagine) ci permette di esplorare i limiti, le potenzialità e l’essenza della sua identità: a che punto della trasformazione possiamo dire che quell’oggetto è diventato qualcos’altro? Quali sono gli elementi fondamentali che determinano e influenzano l’identità?
Come diceva Munari, “un pesce con le corna è ancora un pesce?”

Buona ricerca e non perdetevi la trilogia di Esther sul canale Youtube di robertapuccilab!

Costruire attraverso le forme

basic geometric shapes

Giocando con le strisce di carta si possono facilmente costruire le tre forme geometriche di base: il cerchio, il quadrato e il triangolo. Con queste tre forme possiamo strutturare lo spazio (bidimensionale o tridimensionale) attraverso infinite combinazioni.

La stessa cosa succede nel gioco delle costruzioni: attraverso la ripetizione e la combinazione di alcune forme (uguali, simili o diverse) usate come moduli, i bambini imparano a costruire nello spazio e a strutturarlo. Via via che nasce una forma piena, anche lo spazio vuoto intorno si trasforma e acquista un nuovo significato. Basta pensare al vuoto di una porta o di una finestra nel contesto di una costruzione che rappresenta una casa. Quel vuoto c’era anche prima, eppure “non si vedeva”.

Giocare e acquisire familiarità con queste forme permette al bambino di “interiorizzarle”, riconoscendole anche in altri contesti: a quel punto il cerchio, il quadrato e il triangolo saranno diventati anche dei “concetti”, non collegati solo a uno specifico oggetto. E’ quindi importante non dare per scontato questo processo ed evitare di anticiparlo, usando con attenzione le parole.
I giochi di costruzione attivano diversi tipi di intelligenza, tra cui quella spaziale. Durante il gioco nascono molte domande, anche se non vengono formulate verbalmente. Cosa succede se metto quel pezzo sopra quest’altro? Quanti ne posso aggiungere? Quale forma posso mettere dentro quest’altra? Quanto può diventare alta la costruzione? Perché cade?

Credo che il compito dell’adulto sia quello di sostenere e stimolare questa ricerca senza sostituirsi al bambino o anticipare delle risposte. A volte sarà sufficiente esprimere interesse e curiosità; altre volte, una domanda o un’osservazione farà innescare un nuovo processo significativo… altre volte ancora, il nostro intervento potrebbe invece ostacolare il processo. Qual è dunque la scelta giusta? Non ne esiste una sempre valida, naturalmente. Il modo più efficace per trovare la migliore possibile è un’osservazione empatica e attenta del processo in corso, supportata dalla conoscenza teorica delle fasi dello sviluppo.

Queste forme base possiedono delle caratteristiche specifiche molto interessanti relative agli angoli, agli spigoli, alla curvatura, alle possibilità combinatorie. Ognuna si comporta in modo diverso quando viene esplorata, mentre attraverso la ripetizione e l’accumulazione di due o più forme si possono costruire strutture anche molto complesse. Si tratta quindi di una ricchezza di apprendimenti per tutte le età e qualsiasi livello di competenza – da un nido a una scuola di specializzazione per designers.

La simmetria, per esempio, è una delle possibili strategie di accumulazione e costruzione. Può essere interessante osservare se e quando i bambini prediligono strutture simmetriche, se la simmetria caratterizza uno stile individuale piuttosto che un certo tema o un certo contesto di gioco. Anche in questo caso, prima di parlare di simmetria come concetto astratto, è importante che i bambini la possano “agire” concretamente, con i loro tempi.

L’astrazione è un processo che necessita di un certo tempo per maturare, che si nutre di molte esperienze concrete di esplorazione sullo stesso soggetto di indagine. A un certo punto, sarà possibile “astrarre” quella certa qualità (come ad esempio la simmetria, la forma rotonda o quadrata) che è stata osservata e manipolata in contesti diversi. A questo punto si può dire che è avvenuta una concettualizzazione e potremo attribuirle un nome.

Anche in natura si trovano molti esempi interessanti di strutture modulate. Come spiega Enzo Mari, i fenomeni della natura sono sempre organizzati secondo serie di numerose particelle uguali che si concretano in strutture modulari, variabili secondo schemi elementari sino a formare nuove unità modulari.
L’esempio più comune è l’alveare. Ma perché le celle di un alveare sono esagonali? Naturalmente non vi svelerò la risposta… a voi il gusto della ricerca! E mi raccomando, non svelatela ai vostri bambini, piuttosto incuriositeli.

Ogni forma produce in noi una certa risonanza interna, non coscientemente identificabile né chiaramente descrivibile a parole. Grazie alla capacità simbolica dell’uomo, tutte le forme possono diventare potenzialmente dei simboli. Tuttavia, le tre forme geometriche di base (il cerchio, il quadrato, il triangolo) costituiscono dei simboli archetipici ricorrenti nella storia dell’uomo, riscontrabili in tutti i tempi e in tutte le culture.

In particolare, prima il cerchio e poi il quadrato, compaiono spontaneamente durante lo sviluppo grafico del bambino. Appartengono quindi, in un certo senso, alla natura dell’uomo. Tutto questo aprirebbe un mondo ricchissimo… Per approfondire, vi consiglio questi piccoli gioielli di Bruno Munari dedicati alle tre forme base: “Il cerchio”, “Il quadrato”, “Il triangolo”, pubblicati da Corraini Edizioni.
Buona esplorazione!

Diario naturale (for nature lovers only)

natural diary

Benvenuto caro amante della natura. Niente di più facile che spiegarti come si fa un diario naturale… dal momento che lo sai già! In altre parole, non ci sono regole: ognuno lo fa a modo suo. Prima di tutto, scegli un quaderno e qualche strumento di cancelleria. Poi esci all’aperto, in giardino, in un cortile, in una terrazza. In alternativa, siediti accanto a un vaso di fiori o davanti a una finestra da cui si vede il cielo, magari un albero.

Mi raccomando, scegli con cura il quaderno e gli strumenti che userai, perché in qualche modo ti influenzeranno. Matita, penna, pennarelli? Gessetti, evidenziatori, matite colorate? Fogli bianchi, colorati, a righe, a scacchi? Ogni texture ci invita in modo diverso, ogni strumento produce una diversa sfumatura espressiva. Naturalmente potrai cambiare gli strumenti di giorno in giorno, facendoti ispirare dallo stato d’animo del momento. E averne pochi non è una scusa: si può cominciare anche solo con un blocco per gli appunti e una matita!

Cosa c’è nelle pagine del diario naturale? Parole, disegni, foglie, petali, macchie, segni. La forma di una nuvola. Il ritornello di una canzone. La traiettoria di un insetto. Un ricordo. Una foto stampata, incollata e ritoccata. Una collezione di ombre ricalcate. Qualsiasi libera associazione di immagini o parole nata in questo breve momento libero dagli impegni quotidiani, a contatto con un pezzetto di natura.

Cerca di dedicare al diario qualche minuto tutti i giorni, senza necessariamente seguire un ordine cronologico delle pagine. Cioè puoi andare avanti e indietro a piacimento, o lasciare una pagina vuota, come ad esempio quando il colore passa dall’altra parte e lascia un segno che non ti piace (forse, dopo un po’ di tempo, avrai voglia di trasformarlo…).

Il diario naturale si scrive in un tempo sospeso, in cui gli occhi e la mente si riposano, senza cercare niente. Le cose arriveranno, piccole o grandi, magari solo una parola o un piccolo segno. Il diario è anche una scusa per legittimarsi a non dover essere produttivi e funzionali, almeno per qualche minuto.

L’uomo si sente isolato nel cosmo, poiché non è più inserito nella natura ed ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi, a loro volta, hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche. Il tuono non è più la voce di una divinità irata, né il fulmine il suo dardo vendicatore. I fiumi non sono più dimora di spiriti, né gli alberi il principio vitale dell’uomo, né il serpente l’incarnazione della saggezza o l’antro incavato della montagna il ricetto di un grande demonio. Nessuna voce giunge più all’uomo da pietre, piante o animali, né l’uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto , e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava.
Carl G. Jung, “L’uomo e i suoi simboli”

Il diario naturale è un piccolo gesto di riconciliazione con la natura, e forse con noi stessi. Sul profilo Instagram di robertapuccilab, pubblicherò periodicamente qualche pagina del mio diario e anche voi siete iinvitati a fare altrettanto, se vi fa piacere, indicando l’hashtag #naturaldiaryfornatureloversonly per ritrovarci tutti. Sarà una condivisione silenziosa, senza commenti oltre alle parole del diario, di accoglienza reciproca e gratitudine.

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Buon inizio!

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Esplorazioni tattili per tutte le età

Il tatto ci influenza profondamente, evoca sensazioni antiche e viscerali. È il primo senso a svilupparsi e l’ultimo a lasciarci, una possibilità espressiva e relazionale che resta sempre aperta. Oltre alla vista, è l’unico senso capace di cogliere la forma di un oggetto e il suo orientamento spaziale. Ma mentre la vista coglie immediatamente la forma nella sua totalità, il tatto è un senso analitico che procede nell’esplorazione per fasi successive, in uno svolgimento temporale.
Vi invito a percorrere insieme una breve passeggiata che comincia al Museo Omero, un museo d’arte molto speciale ospitato nelle sale della Mole Vanvitelliana di Ancona.


Le opere esposte in questo museo, unico nel suo genere, sono tutte rigorosamente da toccare: al piano terra modellini architettonici e riproduzioni in gesso di famose sculture della classicità in dimensioni reali, a partire dall’antica Grecia fino al Rinascimento, con uno spazio importante dedicato ai lavori di Michelangelo; al primo piano, sculture originali di arte contemporanea, figurativa e informale, di artisti italiani e internazionali.

Qui non solo l’arte è stata resa accessibile a persone non vedenti, ma ciò costituisce una nuova opportunità di esperienza per tutti coloro che utilizzano normalmente la vista come strumento principale di conoscenza. All’ingresso del museo, il personale invita i visitatori “vedenti” ad attraversare le sale in coppia indossando a turno una mascherina per oscurare la vista ed esplorare le opere con il tatto. Guardare l’opera dopo averla conosciuta con le mani è un’esperienza davvero sorprendente.


La tappa successiva della nostra passeggiata ci porta ad attraversare il bosco tattile, un allestimento plurisensoriale nato da un’idea di Bruno Munari. Si può costruire facilmente: basta appendere al soffitto di una stanza vuota tanti fili di nylon trasparenti e attaccare ai fili dei materiali eterogenei con delle mollette. Tra i possibili materiali: pezzi di stoffa, nastrini, stringhe delle scarpe, pezzi di iuta e di pannolenci, lana, cotone idrofilo, cordoncini, strisce di organza, centrini e pizzi, paglia, ritagli di pelliccia, anelli di legno o metallici, chiavi, lucchetti, chiusure delle cinture, pezzi di corteccia, eccetera.


Un altro noto progetto di Munari legato alla sensorialità è quello dei Prelibri.

Solitamente un libro si considera soprattutto per il suo contenuto concettuale. Tuttavia, come qualsiasi altro oggetto, un libro comunica innanzitutto con la sua fisicità: con il materiale, il colore, il formato, l’odore, la texture, il peso, i segni lasciati dal tempo. Perciò ancora prima di essere letto, esso è un oggetto da scoprire in quanto tale. I Prelibri sono una serie di piccoli libri materici senza parole pensati per bambini in età prescolare, editi da Corraini Edizioni. Ogni Prelibro è fatto di un materiale diverso, ha un diverso tipo di rilegatura e qualche piccola sorpresa all’interno – un filo di lana, un bottone, un buco, un insetto disegnato che sembra vero. Come dice lo stesso Munari,  dovrebbe dare la sensazione che i libri siano effettivamente fatti in questo modo, e che contengano sorprese. La cultura deriva in effetti dalle sorprese, ossia cose prima sconosciute.

prelibri by Bruno Munari

Costruire (e “leggere”) un libro tattile è una esperienza consigliabile per tutte le età, bambini, ragazzi, insegnanti, genitori, adulti curiosi. Le foto qui sotto mostrano alcuni esemplari dichiaratamente ispirati ai Prelibri, realizzati dall’educatrice Simona Piovaticci, durante un workshop. Successivamente, Simona ha riproposto lo stesso laboratorio ai genitori della sua scuola, i quali a loro volta hanno regalato i libri ai bambini. In questo circolo virtuoso, alcuni valori educativi condivisi sono stati sperimentati concretamente attraverso “il fare”: dal pensiero e dalle parole all’azione sulla materia.

Tactile books built by parents for children
Tactile books built by parents for children

Ecco una possibile modalità per proporre un’esperienza tattile a un gruppo di bambini.

“Oggi vi ho portato un libro che si legge con gli occhi chiusi…”

Ci siamo seduti intorno a un tavolo, ho chiuso gli occhi e, con una certa solennità, ho aperto il mio libro speciale, ovvero due pagine di cartone con diversi materiali incollati. Muovendo lentamente le mani per toccare i materiali, ho cominciato a raccontare una storia ispirata dalle sensazioni tattili.
“Sto attraversando un bosco (la carta crespa), l’erba mi punge i piedi nudi perché ho perso le scarpe… Ecco un piccolo lago di ghiaccio (un cd)… Come farò ad attraversarlo?”

Finito il racconto, anche i bambini hanno provato a fare lo stesso.

tactile books for children

Dopodiché, ho invitato i bambini a costruire il proprio libro-tattile. Su un tavolo erano già pronti diversi materiali, eventualmente da tagliare nelle forme volute: stoffe, carte, plastiche, cartoncini, nastri, fili, piccoli oggetti.


Ogni bambino aveva a disposizione due pagine di cartone su cui disporre i materiali e incollarli con pennello e colla vinilica. Alla fine le due pagine sono state unite nel lato esterno con del nastro adesivo (tenendo conto dello spessore dei materiali). Quindi ognuno ha “letto” il suo libro e quello degli altri, inventando storie, evocando immagini.

tactile books for children

Infine vorrei condividere un gioco molto semplice, nato per caso dopo aver raccolto alcuni sassi in una spiaggia. Si gioca così:

  • si dispongono i sassi su un tavolo
  • uno dei giocatori chiude gli occhi e riceve in mano un sasso (scelto da un altro giocatore) che dovrà esplorare attentamente con le mani, tenendo gli occhi chiusi
  • finita l’esplorazione, il sasso viene rimesso al suo posto
  • il giocatore apre gli occhi e cerca di indovinare quale sasso ha toccato, usando solo la vista

Naturalmente più i sassi sono simili, più i dettagli diventano importanti… Con quali altri materiali si potrebbe fare lo stesso gioco? In quanti altri modi si possono allestire i sassi sul tavolo? O magari sul pavimento?

Alcune proprietà dei materiali, come peso, solidità, temperatura, sono percepibili esclusivamente attraverso il tatto. Le infinite qualità della superficie dei materiali, come la levigatezza o la ruvidità, la porosità, la granulosità e tutte le possibili texturizzazioni fisiche, sono percepibili anche dalla vista ma appartengono in modo privilegiato alla percezione tattile.

Affinando la capacità di percepire i dettagli, le sfumature, le piccole differenze, il tatto arricchisce la nostra esperienza del mondo.

Il tatto ha anche una sua memoria, che affonda le radici molto lontano, in un tempo preverbale. A tutti l’augurio di ritrovarla, rinnovarla e mantenerla viva.


Particolare di un’opera di Maria Lai

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Recipienti sorprendenti

recipienti sorprendenti, contenitori e contenuti

I recipienti mi hanno sempre affascinato. Confine e passaggio tra il dentro e il fuori. Forme che il vuoto può assumere. Contengono e proteggono, si aprono e si chiudono. Chi contiene cosa? Quale relazione tra contenitore e contenuto? Vi invito a una passeggiata tra recipienti molto diversi tra loro, che ho incontrato o che mi sono stati donati da amici.

exposition of kitche containers

Nella routine quotidiana, scegliamo e associamo continuamente contenitori e contenuti… Con quanta consapevolezza? A uno sguardo più attento, gli oggetti di uso comune ci possono svelare dettagli interessanti, forme, colori, superfici. È stato questo il filo conduttore di una specie di caccia al tesoro per bambini sui recipienti usati in cucina, che ho ideato per la biblioteca San Giovanni di Pesaro.

children assembling a cake dish

I bambini, divisi in piccoli gruppi, potevano scegliere di volta in volta una busta colorata contenente una prova da superare: indovinelli, ricostruzioni di oggetti smontati, domande, ricerche di dettagli, che invitavano ad osservare attentamente, a usare il tatto, la fotografia, il disegno. Barattoli, tortiere, portafrutta, alzatine, burriere, insalatiere, portapane… le stesse caratteristiche degli oggetti mi hanno suggerito le prove da proporre ai bambini. E naturalmente, alla fine del gioco, siamo arrivati all’ambito tesoro custodito dalla tortiera!

a child touching a bowl without looking at it
a child drawing a bowl

Anche l’oggetto più comune non è scontato. In quanti modi si può usare e trasformare? Vi presento alcuni esemplari della collezione Emboutillage del designer Antonio Cos, che ha esplorato in modo artigianale le potenzialità di una bottiglia di vetro.

the designer Antonio Cos and some of his creations with glass bottles

Antonio racconta come la prima intuizione risale a quando un giorno Sophie, la sua compagna, gli chiese di spianare la pasta: non avendo un mattarello in casa, ho usato la bottiglia. Mentre spianavo, pensavo a questo spostamento di funzione… L’oggetto esiste già, mi sono divertito ad analizzarlo formalmente. Una bottiglia è composta principalmente da due cilindri di grandezze diverse congiunte da una semisfera. Quindi è la geometria che mi ha guidato nell’esplorazione e nella scomposizione dell’oggetto.

some of the designer Antonio Cos creations with glass bottles

Bisogna essere consapevoli dall’inizio che la nostra idea sarà tradotta concretamente da un processo artificiale (vs naturale), meccanico. Bisogna conoscere i processi e sapere quello che è fattibile e quello che non lo è. E’ un parametro al quale rimango attento, mi piace costruire oggetti che non siano complessi tecnicamente. Non bisogna però essere schiavi della tecnica o lasciarsi prendere dalla facilità che un processo può comportare, ma utilizzarlo sapientemente, in modo che riproduca un concetto di partenza stabilito.

some of the designer Antonio Cos creations with glass bottles

Dalla bottiglie di vetro a quella di plastica, da uno studio di design a un Nido. L’educatrice Valentina Tonucci ha reciclato delle comuni bottigliette di plastica trasformandole in un gioco, o meglio in un “badurlo” (termine che si potrebbe tradurre dal dialetto pesarese con “trastullo”). Valentina spiega che ha scelto proprio questo oggetto perché di uso comune, facilmente recuperabile, trasparente, leggero, piccolo e maneggevole, e come tutti i piccoli oggetti, capace di attivare la curiosità nei bambini; un contenitore al cui interno si possono sperimentare tante combinazioni.

plastic bottled trasformed into toys for children

Senz’acqua le bottigliette possono diventare degli oggetti prevalentemente sonori: agitandole, il contenuto sbatte contro le pareti. Ma il mio interesse era centrato soprattutto sull’interazione dell’acqua con altri elementi. Quindi ho pensato a quali materiali comuni potessero essere messi in relazione con l’acqua (…) Avevo in mente le classiche palle di neve al cui interno si crea un movimento interessante; l’atmosfera e lo stupore che ogni volta, come un rito, riescono a suscitare.

plastic bottled trasformed into toys for children

Dalla sperimentazione di Valentina sono nate molte variazioni. Nella foto qui sopra ne vedete alcune: (a partire da sinistra) foglio di plastica colorata forato; foglie finte, sassolini (in due versioni, di cui una con i sassi incollati sul fondo); sagome di pesciolini di spugna, strisce di plastica; alberello di plastica con anellini che si possono incastrare nei rami; strisce metallizzate azzurre e argento. Comunque il cantiere è ancora aperto… I badurli si prestano, per loro natura, ad avolvere in variazioni diverse, a interagire con stimoli nuovi. Sono dei piccoli mondi racchiusi, dei microcosmi magici.

plastic bottled trasformed into toys for children

Osservare e ascoltare il materiale, mantenere in relazione l’estetica, la forma e la funzione: credo che si trovi qui la chiave per un uso coerente e consapevole dei materiali. In questo, la natura è sempre la nostra prima, grande maestra. Quale migliore conclusione per la nostra passeggiata, di qualche soprendente recipiente naturale?

surprising containerw in nature

A sinistra, i singolari frutti di una crucifera: questi bastoncelli del Billeri primaticcio (Cardamine hirsuta) spuntano sul finire dell’inverno al centro delle corolle candide dei piccoli fiori. Già alla fine di marzo si presentano secchi e giallastri, pronti a reagire alla minima sollecitazione con l’arricciamento repentino delle valve, a cui segue l’esplosione di minuscoli semi. È uno dei casi più comuni di “bolocoria”, ovvero la capacità di disseminazione attiva di alcune piante, che riescono a lanciare i propri semi anche a diversi metri di distanza.
A destra, la foglia arrotolata di un acero campestre: è la traccia dell’attività di una larva di lepidottero tortricide. Questo piccolo bruco ripiega e avvolge, grazie al filo sericeo, le tenere foglie ricavandone un rifugio che assicura protezione e nutrimento. Aprendo con delicatezza le foglie arrotolate, è facile tovare una sopresa: in aprile e maggio un piccolo bruco verde dal capo nero, successivamente una crisalide scura di pochi millimetri, che dalla fine di giugno risulterà fessurata e vuota… la farfalla ha preso il volo!

surprising containerw in nature

Ecco invece le peculiari caratteristiche della Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris), erba appartenente alla famiglia delle crucifere che deriva il suo nome proprio dagli inconfondibili frutti a forma di bisaccia. E’molto comune nei prati, al margine delle strade, nei terreni incolti. I suoi piccoli fiori bianchi compaiono già alla fine dell’inverno e, in aprile, i frutti-cuoricini si aprono liberando numerosi semi.

playing glass bottles

La scoperta di questi bellissimi contenitori naturali è un regalo di Paolo Donati, agronomo di Villa Ghigi di Bologna (www.fondazionevillaghigi.it). Grazie anche a tutte le persone che hanno contribuito a esplorare tanti contenitori così diversi, compreso l’artista Michele Ferri per l’immagine qui sopra e quella di copertina a inizio articolo (www.micheleferri.net). Un ringraziamento speciale a Gina Iacomucci, con cui anni fa è nata l’idea di sviluppare un tema in modo trasversale attraverso diverse discipline, apparentemente lontane. Avevamo, e abbiamo tuttora, la convinzione che solo attraverso il dialogo tra diversi campi del sapere e dell’esperienza possiamo conoscere a fondo la nostra specificità, metterla in relazione, inserirla in una complessità più ampia. Forse non è un caso che la tana di taniche sia nata dopo una visita alla Biennale di Venezia, in cui c’erano bellissime installazioni artistiche realizzate con lo stesso materiale.
La carrellata di “recipienti sorprendenti” potrebbe proseguire ancora… Avete altre esperienze sul tema? Quale prossimo tema vi piacerebbe esplorare?
Condividete le vostre idee su robertapuccilab, via mail o facebook, per continuare a costruire connessioni!

Creare connessioni, pensare per immagini

making connections

Da dove cominciare quando ci sono tante cose da dire, organizzare, scrivere, spiegare? Qual è il punto di partenza che può assicurare il percorso migliore, attraversando tutte le tappe? Io credo che sia uno qualsiasi, dal momento che le cose per noi significative sono implicitamente collegate nella nostra rete di senso. Quindi non c’è il rischio di perderne qualcuna per strada, si potrà passare dall’una all’altra in modo interscambiabile. E quella che dimenticheremo forse non era così importante.

Le connessioni possibili tra le cose sono potenzialmente infinite. Proviamo a usare come metafora visiva questa immagine, copiata da un maestro illustre che presto sveleremo. In quanti modi, con quante forme si possono collegare i punti rossi?

Naturalmente, se ci fosse un numero maggiore di punti, il numero di connessioni possibili aumenterebbe. Ma un numero maggiore ci aiuterebbe a creare delle connessioni più interessanti? In altre parole: la quantità dei punti (ovvero dei dati di partenza) è una variabile rilevante per la nostra capacità di metterli in relazione e per la qualità della relazione?

Il matematico francese Henri Poincaré definisce la creatività come la capacità di unire elementi esistenti sparpagliati e lontani in combinazioni nuove e utili. Quindi, la domanda potrebbe essere riformulata così: la quantità degli elementi di partenza influenza la qualità del processo creativo? Come educatori interessati allo sviluppo della creatività, ci interroghiamo sulla quantità di stimoli che presentiamo ai bambini?

Potremmo usare questa strategia grafica anche per visualizzare le modalità relazionali di un gruppo. Spesso un’immagine ci aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti di cui non eravamo pienamente consapevoli, ad esempio l’esistenza di sottogruppi, un elemento isolato, la chiusura o l’apertura della struttura verso l’esterno… Probabilmente le rappresentazioni del gruppo da parte dei suoi membri saranno diverse: potrebbero emergere dei denominatori comuni, così come delle singole specificità.

Dal momento che ci stiamo occupando di immagini, non dimentichiamo l’importanza delle caratteristiche visive e degli strumenti che scegliamo per crearle. Il colore, le forme, il tipo di linea, la collocazione e le proporzioni nello spazio: tutte queste caratteristiche evocano certe qualità della struttura connettiva. Compaiono fili sottilissimi e tremolanti tracciati in punta di matita o il segno deciso di un pennarello indelebile? Una rete fitta e intricata di linee spigolose o fluide aree di acquerello che si sovrappongono?

Dato lo stesso insieme di punti, ogni persona troverà un modo diverso per collegarli; dato un certo problema, ognuno lo risolverà a modo suo. Quale migliore metafora per ricordarci che la nostra visione non è univoca ma una tra le tante possibili? Come si relaziona la nostra rappresentazione con quella degli altri?

Finalmente è giunto il momento di svelare l’autore dello spunto di partenza visivo di questa riflessione: “Viaggio nella fantasia”, un piccolo, prezioso libro di Bruno Munari, edito da Edizioni Corraini. Nella copertina ci sono dei fori da usare come stencil, in modo che il lettore possa continuare il gioco inventando nuove connessioni.

Nel libro “Fantasia” Munari esplora un modo simile una foglia, cercando di rendere visibili le relazioni nascoste nella sua forma.

Immagine dal libro “Fantasia” di Bruno Munari

Partendo dal ricalco di una foglia di quercia, Munari ne traccia il contorno e ne ricava uno schema composto da puntini che poi collega in modi diversi. Ognuno troverà forme sue ma sempre in relazione alla foglia. (…) Le variazioni sono personali e infinite. Questo gioco per costruire forme attraverso le ricerca di connessioni si può applicare a diversi temi. La designer grafica Simona Moundrouvalis, per esempio, ha ideato uno schema di punti per inventare infiniti tipi di stelle.


Ma ora viene il bello. Potremmo traslare questa strategia di consapevolezza e ricerca di connessioni anche in altri campi, diversi da quello visivo? A questo proposito, mi sembra molto interessante l’opera “Metafore della conoscenza” di Donata Fabbri e Alberto Munari, che ci invita a scoprire le metafore visive con cui organizziamo i nostri pensieri: un labirinto? Un albero? Un palazzo pieno di stanze? Come la rappresentazione visiva influenza il pensiero e viceversa?

Un altra possibile applicazione è il pensiero narrativo, dal momento che le connessioni tra personaggi, cose, azioni, luoghi costituiscono l’essenza di ogni storia.

Ricordo che da bambina mi piaceva ritagliare immagini dalle riviste. Le raccoglievo in un sacchetto, poi ne estravo a caso una alla volta, la posizionavo sul tavolo e cominciavo a inventare una storia in base alle connessioni che i vari elementi facevano scattare tra loro.

Naturalmente questo non vale solo per le figure ritagliate, ma per qualsiasi tipo di oggetto e materiale. Per esempio, quale storia potremmo inventare a partire da alcuni pezzi di carta trovati in casa? E come valorizzare questi pezzetti, in modo da renderli dei reperti preziosi carichi di memorie, magari dei resti di un’antica città?

Quali altre strategie connettive conosci che si potrebbero aggiungere a questo elenco? Più connessioni siamo in grado di vedere e costruire, più aumenta la nostra possibilità di scegliere. Anche quando gli elementi sembrano pochi o poco interessanti, è la qualità della relazione che può fare la differenza.

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