Dialogo con un foglio di carta

Immaginate di vedere un foglio di carta per la prima volta. La sua presenza ci comunica molte informazioni: colore, forma, texture, dimensioni, collocazione nello spazio. Poi immaginate di prenderlo in mano. Attraverso il tatto, percepiamo la sua texture, il peso, la ruvidità o la morbidezza, la consistenza, l’umidità. Possiamo sentire il leggero suono che produce.

Toccandolo e osservandolo con un atteggiamento di apertura e curiosità, il foglio ci rivelerà quali sono le sue possibilità trasformative. Per esempio, intuiamo facilmente che si può arrotolare e piegare. Sembra che sia proprio il foglio, per le sue caratteristiche, a suggerirci queste azioni, così come quelle di strappare o appallottolare.
E quali strumenti si potrebbero rivelare adatti a interagire con questo materiale? Forbici, cucitrice, foratrice, ago, chiodo, forchetta… acqua. In quanti modi il foglio può essere trasformato con questi oggetti?

Ma il bello deve ancora venire. Ognuna di queste azioni può essere sviluppata attraverso infinite varianti. Per esempio, nel caso della piegatura, cambiando la dimensione delle pieghe, l’inclinazione, le proporzioni, il ritmo, la forma del foglio di partenza e così via. Poi, naturalmente, le azioni si possono combinare tra loro (piegare e tagliare, bagnare e accartocciare, eccetera) e usando diversi tipi di carta si avrà ogni volta un effetto diverso.

“Foglio & forma”, Paul Jackson; “Il gioco creativo – La carta”, Il Castello

A questo punto, è evidente come anche il materiale più semplice, come un foglio di carta, contenga in sè un mondo intero che aspetta solo di essere scoperto. Ma in ogni dialogo che si rispetti, ci sono due partecipanti e finora ci siamo occupati quasi esclusivamente di uno solo. Che dire della persona che agisce sul materiale? Ogni azione impressa sulla materia evoca in noi qualche associazione, emozione o ricordo. Per esempio, tagliare e strappare produrranno una risonanza diversa sulla stessa persona. Ognuno avrà le sue azioni preferite e, nello stesso tempo, la stessa azione sarà eseguita in modo diverso da ciascuna persona (con un certo tono muscolare, una certa velocità, pressione, intenzionalità, velocità, cura, eccetera). Ecco perché ogni incontro è unico.

Fotografia di Orit Jacobson

Nel libro “Lo spirito della materia”, Nona Orbach e Lilach Galkin esplorano proprio questo aspetto: la connessione tra il nostro mondo interiore e quello “esterno” della materia.
Ogni individuo possiede una propria modalità per accedere a un dialogo interiore, attraverso parole, immagini e metafore ricorrenti. Mentre viviamo una relazione intensa con i materiali artistici, ci ritroviamo a conversare attraverso quei materiali nel corso del nostro personale processo creativo. La stessa cosa avviene quando osserviamo lo sviluppo del processo di un’altra persona. La materia fisica non è solamente un oggetto, uno strumento, un impasto o una polvere, ma anche un insieme di parole tratte dal mondo concreto, sottoposte a una personalizzazione e quindi utilizzate per esprimere il mondo interiore.

Ora immaginate di voler creare con un foglio di carta un prodotto specifico, per esempio una barchetta con una certa forma. In questo caso, non sarete in grado di “vedere” davvero il foglio di carta in tutte le sue potenzialità, dal momento che lsiete interessati unicamente a un obiettivo predefinito e utilizzerete la carta solo come un mezzo. Naturalmente non c’è niente di male in questo… Ma l’approccio di cui parlo è un’altra cosa: un’interazione reciproca in cui entrambi i partecipanti giocano un ruolo attivo e il materiale non è solo forzato in un’idea a priori.

Potrebbe essere una metafora interessante del dialogo tra due persone. Se una delle due non è interessata all’altra e parla solo di se stessa senza ascoltare, qualunque persona avrà di fronte a sè dirà comunque le stesse cose. Nello stesso tempo, l’altro sarà completamente passivo e tra i due non può avvenire nessun tipo di scambio. Invece essere in relazione, con la consapevolezza di sé e dell’altro, apre dei percorsi nuovi e inaspettati per entrambi. Naturalmente, sono molti i possibili equilibri tra le due parti, più o meno simmetrici. Per esempio, potrei avere un’idea abbastanza precisa di cosa realizzare (una barchetta) ma lasciare che sia il materiale, in base alle sue caratteristiche, a suggerirne almeno in parte la forma definitiva o la grandezza.

Come descrivereste la vostra modalità di dialogo con il materiale? Chi conduce, chi si lascia condurre? I ruoli si possono alternare nel corso dello stesso processo creativo: in che modo avviene questo passaggio?

Insegnanti dei servizi 0-6 del Comune di Fano

Nel tipo di interazione “relazionale” che ho cercato di descrivere, la personalità del materiale incontra quella dell’artista. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti, ma nascoste. Trasformando il materiale, ogni persona rende visibile la sua unicità; nello stesso tempo, mentre viene trasformato il materiale manifesta la sua natura.

“L’impronta spirituale nella creazione artistica”, Nona Orbach

Ogni essere umano contiene dentro di sé un variegato patrimonio di caratteristiche e inclinazioni che lo rende ciò che è. Questa ricchezza si esprime per mezzo delle nostre azioni sulla materia. L’insieme di tutte le qualità che emergono dalle azioni impresse sulla carta, sulla creta o su un altro materiale, lascia dei segni visivi che originano un carattere distintivo unico. Se ne avrà la possibilità, questa “impronta” essenziale continuerà a svilupparsi e ad arricchirsi nel corso di tutta la vita.
Così l’artista e arte terapeuta Nona Orbach descrive l’essenza unica di ogni essere umano che si rivela attraverso la materia nel processo creativo. In altre parole, si tratta di un arricchimento reciproco nel rispetto dei limiti e delle potenzialità di entrambe le parti. Un approccio ecologico ed empatico nei confronti del mondo, di tutte le cose che incontriamo, grandi e piccole.

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