Grammatica del cartone ondulato

cartone ondulato

Seguendo il suggerimento della “grammatica dei materiali”, proviamo a osservare le cose come se le vedessimo per la prima volta, con rispetto e curiosità, senza avere già in mente un obiettivo o una forma precisa da costruire. Questo capitolo della grammatica è dedicato al cartone ondulato: quali sono le sue potenzialità trasformative? O in altre parole, quali trasformazioni ci suggeriscono le sue caratteristiche?

Cominciamo con un pezzo di scarto recuperato da una scatola di biscotti.

Lo prendo in mano: le righe in rilievo sono un invito irresistibile a tagliare, mentre le due linee di piegatura indicano alle forbici dove fermarsi.

Ecco, si può muovere in diversi modi, sembra animarsi, diventa un tunnel, un millepiedi, una pianta carnivora…

Un’altra azione generalmente associata al cartone ondulato è quella di “arrotolare”. Se la combiniamo con il taglio (o la mettiamo in relazione ad altri oggetti), si possono originare svariate forme, a loro volta componibili e combinabili.

A sinistra: immagine di RobertapucciLab – A destra: immagine dal libro Créations en papier, mgf atelier

Oltre ai pezzi che possiamo recuperare nei packaging alimentari, il cartone ondulato si trova in commercio in fogli colorati per uso scolastico-hobbistico, oppure in grossi rotoli piuttosto economici, usati come materiale da imballaggio.

Cosa succede se proviamo a rifare la stessa forma in una dimensione molto più grande? Un dettaglio, un piccolo decoro diventa una presenza di forte impatto.

Allestimento e laboratorio di RobertapucciLab per “Il Castello dei Ragazzi” di Carpi

Replicando una piccola forma con una striscia larga quanto l’intero rotolo di cartone, quello che sembrava un germoglio è diventato un albero. E più alberi possono formare un bosco in una stanza… E’ successo al Castello dei Ragazzi di Carpi, durante una giornata dedicata ai laboratori creativi. I tavoli della biblioteca ragazzi, “apparecchiati” con vari materiali e strumenti, erano pronti ad accogliere adulti e bambini volenterosi, mentre gli alberi aspettavano di essere riempiti di fiori colorati.

La grammatica dei materiali ci invita a mettere le qualità e le proprietà di un materiale in relazione con il contesto e con le persone che lo abitano.
Ecco un esempio di come questo può accadere. Una mattina Maria Kozlowska, insegnante e atelierista svedese, notò un rotolo di cartone nel ripostiglio della scuola ed ebbe l’idea di mettere a disposizione dei bambini (di 2/3 anni) un labirinto di cartone ondulato.

Foto di Maria Kozlowska

Come lei stessa racconta, si tratta di un’unica striscia di cartone che i bambini possono continuamente rimodellare. Muovendo e unendo le superfici di cartone i bambini formano delle nuove “stanze” in cui possono stare da soli o con altri bambini, mentre nello stesso tempo si creano in modo organico dei passaggi tra le varie “stanze”.

Osservando attentamente il materiale, i bambini diventano consapevoli di come le loro azioni originano delle forme nello spazio, di come i movimenti delle dita sulla superficie ondulata creano dei rumori. Il rumore, infatti, è un altro aspetto caratteristico del cartone ondulato.

“Sono orme che scricchiolano” dice Denise, la bambina di quattro anni autrice dell’opera qui sopra, “La casa che scricchiola”, chiaramente ispirata dalla sonorità del materiale. L’immagine è tratta dal bellissimo libro “Mosaico di grafiche parole materia” pubblicato da Reggio Children, che illustra molto bene come i bambini siano in ascolto e in relazione con la natura del materiale che stanno esplorando.

Immagini dal libro Mosaico di grafiche parole materia, Reggio Children

Il cartone ondulato si piega ed ha le strisce: perciò l’arcobaleno è stata un’associazione spontanea per Lorena, una bambina di tre anni alle prese con marcatori indelebili e una striscia di cartoncino. Spesso, nelle loro esplorazioni, i bambini adottano in modo spontaneo un approccio empatico di ricercatori curiosi che invece, da adulti, dobbiamo recuperare con un certo sforzo di consapevolezza e intenzionalità.

Folon, Voyage brun, 2000

Per quale magica alchimia l’artista francese Folon riesce a trasformare un anonimo pezzetto di cartone ondulato in un paesaggio marino così evocativo e poetico? Credo che per qualsiasi professionista, questo dialogo rispettoso e curioso con la materia sia un elemento indispensabile per raggiungere un buon livello sia dal punto di vista estetico che funzionale, come testimoniano tanti esempi nel campo dell’arte e del design.
Il grande maestro Bruno Munari ci ricorda infatti che l’osservazione delle forme naturali risulta molto utile al designer, il quale si abitua ad usare i materiali per la loro natura, per le loro caratteristiche tecniche, e a non usare il ferro dove sarebbe meglio il legno o il vetro dove sarebbe meglio la plastica.

C’è un limite oltre il quale non si può andare, nel senso della semplicità costruttiva.

*

Modellino architettonico in scala, Museo MAXXI, Roma

Se siete interessati a continuare l’esplorazione della grammatica dei materiali, siete i benvenuti a unirvi al gruppo Facebook “The grammar of matter” e a condividere vostre eventuali ricerche con il cartone ondulato.

Un ringraziamento speciale a Maria Kozlowska per il suo prezioso contributo e per la bellissima immagine di copertina.

#grammaticadeimateriali

Le potenzialità creative del collage

Magazines and collage

Ogni rivista è come un ricco magazzino con tanti scaffali pieni di personaggi, ambienti, oggetti, parole, animali. Avete mai provato a usare delle vecchie riviste come materiale creativo? O a lasciarle a disposizione dei bambini per cercare immagini, scomporle e ricomporle, inventare storie?

La prima fase è quella di “immersione” tra le immagini, soffermandoci ad osservarne anche i dettagli, le forme, i colori, le texture. Ogni scelta equivale ad estrarre un elemento dal “tutto”, a pescare dal mare delle immagini quella che per qualche motivo ha catturato la nostra attenzione.

L’azione del taglio con le forbici rende la nostra selezione un fatto concreto e irreversibile, isolando l’immagine dal suo contesto. È un’azione piuttosto potente, realizzata con uno strumento efficace e affilato. Da quel momento, l’immagine diventa viva, acquista una propria identità e personalità.

Le varie immagini possono interagire tra loro da un punto di vista “visivo”, cioè trovando posto in una composizione attraverso associazioni visive, bilanciamenti e richiami di forme e colori, accostamenti estetici. Un’altra possibile connessione è quella narrativa: cosa si direbbero le immagini? Oppure, come spesso avviene, queste due modalità vanno di pari passo, intessendo storie tra parole e immagini: e se un topo enorme incontrasse un gatto minuscolo? O se un pesce nuotasse tra gli alberi di una foresta?

Da un’immagine che percepiamo particolarmente significativa può scaturire un’intera storia. Durante un’attività con un gruppo di cinque anni, ricordo un bambino molto timido e delicato che ritagliò l’immagine molto grande di un canguro in posizione eretta, con un atteggiamento da combattente intrepido, quasi spavaldo e minaccioso. Un’altra bambina che appariva sempre vivace, allegra e molto loquace, scelse invece la foto di un’adolescente un po’ triste e imbronciata, con un’aria tra la rassegnazione e la sfida oppositiva. Mi chiesi tra me se questi bambini avessero un dialogo interno con i loro personaggi. Li invitai a inventare una storia e, in effetti, i due protagonisti sembravano interpretare un ruolo opposto a come i bambini apparivano nella quotidianità. Credo che entrambi abbiano vissuto un processo personale molto significativo, sia dal punto di vista creativo che emozionale.

La tecnica del collage offre infinite possibilità creative, che possiamo declinare in base al nostro contesto specifico e ai nostri obiettivi. Spesso, nelle composizioni a collage, i contesti usuali e le proporzioni realistiche delle cose vengono completamente cambiati, trasformati, ribaltati, dando vita a mondi immaginari paralleli.

Una possibilità che amo molto è l’esplorazione di un certo tema o soggetto attraverso le sue variazioni. Negli esempi qui sopra il tema è l’albero di Natale, mentre in quelli sottostanti la protagonista è la mia inseparabile amica Esther (che trovate sul canale YouTube di Robertapuccilab). In genere ha un look piuttosto minimale, ma ho voluto provare a farla divertire un po’ usando texture, accessori e stoffe ritagliate da riviste di moda.

Anche un piccolo dettaglio possiede il proprio potenziale creativo. Posizionatelo su un foglio bianco: cosa vi fa venire in mente, di quale forma potrebbe diventare parte? Quale segno lo potrebbe completare? Provate a disegnarlo…

Un altro esercizio visivo interessante consiste nell’osservare un’immagine solo dal punto di vista delle forme e dei colori, a prescindere da quello che rappresenta; quindi si seleziona una parte per trasformarla in qualcos’altro. Per esempio nei collage qui sotto, ho ritagliato due parti dalla stessa immagine in modo che sembrassero due volti di profilo, uno di fronte all’altro. Naturalmente, in questo modo, dalla stessa immagine di partenza possono nascere forme e significati diversi, a seconda dell’interpretazione dell’osservatore.

Le uniche parti aggiunte sono i dettagli del viso (occhi, bocca, sopracciglia), ritagliati dalla stessa immagine di partenza e incollati. Ne sono usciti fuori dei personaggi imprevedibili, che non avrei mai potuto immaginare senza partire da un materiale già caratterizzato. Ho intitolato questa serie di collage “Faccia a faccia”, come invito a immaginare il possibile dialogo tra i due.

Come per ogni altra tecnica o materiale, credo che l’esplorazione delle potenzialità del collage – in un primo momento libera e fine a se stessa – possa diventare con l’esperienza uno strumento sempre più focalizzato per esprimere la propria unicità, attraverso il proprio stile espressivo. Siete i benvenuti a condividere le vostre ricerche per arricchire questo inventario… Buona creatività!

#grammaticadeimateriali

Pennarelli creativi

Markers

Si trovano in quasi tutte le case, gli astucci, gli zaini. Sono facili da usare e accattivanti. Non si devono usare necessariamente per disegnare “qualcosa”, cioé rappresentare qualcosa di riconoscibile. Quanti tipi di punti, linee, segni si possono inventare? E in quanti modi questi segni possono essere distribuiti sul foglio? “Io non so disegnare” e “Io non so cosa fare” non sono più motivazioni valide!

In quanti modi si può creare una forma o riempire uno spazio di colore?

Proviamo a esplorare tutti i movimenti possibili con il polso, la mano, il braccio, e ad osservare le tracce lasciate dal pennarello durante questi movimenti. Si può anche muovere o ruotare il foglio sottostante.

Ogni segno può essere ripetuto con diverse combinazioni e diversi gradi di rarefazione o addensamento. Probabilmente, quello che man mano prenderà forma sulla carta ci darà nuovi stimoli per continuare.

In quanti modi possono interagire punti e linee? Un punto è una linea in movimento, o come diceva Paul Klee “una linea è un punto che è andato a fare una passeggiata”?

Che differenza c’è tra disegnare attraverso delle linee e disegnare attraverso delle campiture di colore?

Chi guida: l’occhio, la mano o l’idea? Un colore chiama l’altro?

Nel mio atelier, vicino ai pennarelli, c’è una piccola scatola piena di cartoncini bianchi, tutti uguali, con a fianco le carte disegnate che avete visto qui sopra. Queste carte si possono unire da un lato per formare un libricino a fisarmonica o lasciare sciolte, in modo che possano essere prese singolarmente (facilitandone la fruzione in un contesto di gruppo). In alcune situazioni questo “kit” si è rivelato uno strumento molto utile, uno spunto di partenza migliore del vuoto di un grande foglio bianco.

Il modo di presentare i materiali è un aspetto fondamentale, che in qualche modo condizionerà il processo creativo. Come sono esposti i vari toni di colore? Sono tutti visibili? Nel caso di un gruppo, in che modo i componenti hanno accesso agli strumenti? Anche il contenitore è un elemento importante, che influenza la percezione del materiale contenuto. Da quale contenitore (tra quelli dell’immagine qui sopra) preferiresti prendere i pennarelli e perché?

Ho notato che in alcuni contesti di gruppo, con dei barattoli di pennarelli posizionati al centro del tavolo, spesso i colori non sono scelti con attenzione e i pennarelli non vengono rimessi a posto dopo l’uso. Presentando i pennarelli su una lunga striscia di carta piegata, questi inconvenienti sono scomparsi da sé. Le strisce di carta sono anche molto comode da ripiegare o trasportare. Se i pennarelli vengono esposti su uno scaffale, si possono mettere a disposizione delle strisce più corte sulle quali ognuno può posizionare i colori scelti.

La caratteristica principale dei pennarelli è la possibilità di ottenere un buon risultato con il minimo sforzo. Di solito questo materiale non suscita esitazioni, piuttosto permette di sperimentare il piacere di creare con facilità un prodotto soddisfacente. L’immagine risulta pulita, esteticamente piacevole. Inoltre, i pennarelli sono particolarmente adatti a una funzione ornamentale o decorativa. Ciò è significativo soprattutto per le persone che manifestano una propensione ad organizzarsi attraverso il ritmo e la ritualità (da “Lo spirito della materia” di Nona Orbach e Lilach Galkin).

Un’altra caratteristica da non sottovalutare è che il segno del pennarello non si può cancellare. Questo potrebbe generare timore o ansia in certi adulti e bambini più grandi che vogliono ottenere un “bel” disegno secondo i canoni convenzionali. Tuttavia, se si supera questa fase iniziale (magari anche attraverso gli stimoli proposti qui), il fatto di non poter cancellare diventa proprio la molla che può liberare il segno dalle aspettative, lasciando spazio a un’espressione più sciolta e spontanea.

Immagino che a questo punto vi sia venuta voglia di prendere un pennarello in mano… perciò non mi resta che augurarvi buon divertimento!

#grammaticadeimateriali

Immagine di copertina: rielaborazione grafica di un’immagine tratta da “A spasso con una linea” di Roberta Pucci e Michele Ferri, Edizioni Artebambini

Conversando con un sasso

Carta e sasso

Da lontano, tutti sembrano uguali… ma a guardarli da vicino, ogni sasso è unico, ha una sua storia, è stato modellato dal tempo, dall’acqua, dal vento. Sembra così immutabile, monolitico, immobile, indivisibile. Forse ha migliaia di anni, era parte di una montagna, o magari ha viaggiato attraverso il mare.

choosing a stone

La poetessa Wisława Szymborska ha dedicato una bellissima poesia all’incontro con una pietra. Comincia così:

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.

A broken stone

La voce in prima persona continua a chiedere molte volte, senza scoraggiarsi…
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.

Ma la risposta della pietra non cambia, anche se il dialogo è tutt’altro che monotono, ricco di immagini e metafore suggestive, che non voglio svelarvi qui. Piuttosto, vi invito a leggere per intero questa “Conversazione con una pietra”, in un momento tranquillo, al vostro ritmo.
Fin dalle prime righe, la distanza incolmabile tra l’essere umano e la pietra è subito evidente, e può aprire molte domande. Come affrontiamo questa distanza? Possiamo accettare di non capire qualcosa che è troppo diverso da noi? Siamo in grado di accogliere, per quello che è, questo limite implicito che dipende dalla natura di entrambe le parti? Qual è la nostra reazione quando il messaggio (di un materiale o di un’altra persona) è “Tu non puoi entrare qui”?

Ora, immaginiamo che, in un contesto educativo, un bambino manifesti il desiderio di colorare dei sassi. Cosa proporreste? Naturalmente non esiste una soluzione giusta in assoluto, ma credo che se ci poniamo in un atteggiamento di “ascolto” nei confronti del materiale, saremo in grado di fare una scelta coerente e in sintonia con la sua natura. Probabilmente non sarà una pittura acrilica, così artificiale, coprente e cromaticamente intensa, nè il tratto lineare di un pennarello…

…forse potremmo immergere il sasso in acqua con un po’ di inchiostro colorato. Ogni sasso assorbirà il colore a modo suo, a seconda della consistenza e del colore di partenza. Alcuni cambieranno vistosamente, altri in modo quasi impercettibile, altri ancora si tingeranno di sfumature disomogenee. Non ho niente contro i sassi-coccinella, sassi-faccia e simili, ma (consapevole di assumere una posizione piuttosto impopolare) credo che questo genere di intervento sia incompatibile con il tentativo di conoscere e approcciare in modo autentico il sasso (o la coccinella).

Personalmente, non amo usare alcun tipo di colla su pietre e sassi, dal momento che non mi sembrano connessi in alcun modo, ma preferisco giocare con il peso, la gravità, l’equilibrio, la composizione. Per lo stesso motivo, in contesti educativi e laboratori, preferisco associare i sassi con altri materiali come carta, fili, stoffa, senza l’uso di colla e colori. Ecco un esempio di allestimento di un laboratorio dedicato a sassi e carta, che risale a molti anni fa.

Adulti e bambini di tutte le età potevano entrare liberamente. A tutti veniva consegnata una bustina. L’invito era quello di osservare con attenzione i materiali in esposizione, sceglierne alcuni e metterli nella busta.

Quindi, trovato un posto in cui sedersi e un tavolo in cui rovesciare la propria “spesa”, può cominciare l’esplorazione: come si possono incontrare i sassi e le carte così accuratamente scelti? L’obiettivo non è quello di realizzare un prodotto, anche se spesso, nel corso della ricerca, un prodotto prende comunque forma e diventa la risposta.

Sculptures with paper and stones

Due grammatiche molto diverse, quella del sasso e quella della carta, si confrontano, cercano strategie. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti ma inattive, mentre mano a mano che si trasforma, il materiale manifesta la sua natura e le sue possibilità.

Vi piacerebbe provare? Potete usare qualsiasi tipo di carta, anche di recupero, carta del pane, carta da forno, asciugatutto, riviste, quaderni, sassi di qualsiasi forma e dimensione.
Buon divertimento e a presto con un altro capitolo della grammatica dei materiali!

#grammaticadeimateriali

Se vi interessa il mondo dei materiali, siete i benvenuti a unirvi al gruppo Facebook “The grammar of matter”.

Dialogo con un foglio di carta

dialogue with a sheet of paper

Immaginate di vedere un foglio di carta per la prima volta. La sua presenza ci comunica molte informazioni: colore, forma, texture, dimensioni, collocazione nello spazio. Poi immaginate di prenderlo in mano. Attraverso il tatto, percepiamo la sua texture, il peso, la ruvidità o la morbidezza, la consistenza, l’umidità. Possiamo sentire il leggero suono che produce.

Toccandolo e osservandolo con un atteggiamento di apertura e curiosità, il foglio ci rivelerà quali sono le sue possibilità trasformative. Per esempio, intuiamo facilmente che si può arrotolare e piegare. Sembra che sia proprio il foglio, per le sue caratteristiche, a suggerirci queste azioni, così come quelle di strappare o appallottolare.
E quali strumenti si potrebbero rivelare adatti a interagire con questo materiale? Forbici, cucitrice, foratrice, ago, chiodo, forchetta… acqua. In quanti modi il foglio può essere trasformato con questi oggetti?

Ma il bello deve ancora venire. Ognuna di queste azioni può essere sviluppata attraverso infinite varianti. Per esempio, nel caso della piegatura, cambiando la dimensione delle pieghe, l’inclinazione, le proporzioni, il ritmo, la forma del foglio di partenza e così via. Poi, naturalmente, le azioni si possono combinare tra loro (piegare e tagliare, bagnare e accartocciare, eccetera) e usando diversi tipi di carta si avrà ogni volta un effetto diverso.

“Foglio & forma”, Paul Jackson; “Il gioco creativo – La carta”, Il Castello

A questo punto, è evidente come anche il materiale più semplice, come un foglio di carta, contenga in sè un mondo intero che aspetta solo di essere scoperto. Ma in ogni dialogo che si rispetti, ci sono due partecipanti e finora ci siamo occupati quasi esclusivamente di uno solo. Che dire della persona che agisce sul materiale? Ogni azione impressa sulla materia evoca in noi qualche associazione, emozione o ricordo. Per esempio, tagliare e strappare produrranno una risonanza diversa sulla stessa persona. Ognuno avrà le sue azioni preferite e, nello stesso tempo, la stessa azione sarà eseguita in modo diverso da ciascuna persona (con un certo tono muscolare, una certa velocità, pressione, intenzionalità, velocità, cura, eccetera). Ecco perché ogni incontro è unico.

Fotografia di Orit Jacobson

Nel libro “Lo spirito della materia”, Nona Orbach e Lilach Galkin esplorano proprio questo aspetto: la connessione tra il nostro mondo interiore e quello “esterno” della materia.
Ogni individuo possiede una propria modalità per accedere a un dialogo interiore, attraverso parole, immagini e metafore ricorrenti. Mentre viviamo una relazione intensa con i materiali artistici, ci ritroviamo a conversare attraverso quei materiali nel corso del nostro personale processo creativo. La stessa cosa avviene quando osserviamo lo sviluppo del processo di un’altra persona. La materia fisica non è solamente un oggetto, uno strumento, un impasto o una polvere, ma anche un insieme di parole tratte dal mondo concreto, sottoposte a una personalizzazione e quindi utilizzate per esprimere il mondo interiore.

Ora immaginate di voler creare con un foglio di carta un prodotto specifico, per esempio una barchetta con una certa forma. In questo caso, non sarete in grado di “vedere” davvero il foglio di carta in tutte le sue potenzialità, dal momento che lsiete interessati unicamente a un obiettivo predefinito e utilizzerete la carta solo come un mezzo. Naturalmente non c’è niente di male in questo… Ma l’approccio di cui parlo è un’altra cosa: un’interazione reciproca in cui entrambi i partecipanti giocano un ruolo attivo e il materiale non è solo forzato in un’idea a priori.

Potrebbe essere una metafora interessante del dialogo tra due persone. Se una delle due non è interessata all’altra e parla solo di se stessa senza ascoltare, qualunque persona avrà di fronte a sè dirà comunque le stesse cose. Nello stesso tempo, l’altro sarà completamente passivo e tra i due non può avvenire nessun tipo di scambio. Invece essere in relazione, con la consapevolezza di sé e dell’altro, apre dei percorsi nuovi e inaspettati per entrambi. Naturalmente, sono molti i possibili equilibri tra le due parti, più o meno simmetrici. Per esempio, potrei avere un’idea abbastanza precisa di cosa realizzare (una barchetta) ma lasciare che sia il materiale, in base alle sue caratteristiche, a suggerirne almeno in parte la forma definitiva o la grandezza.

Come descrivereste la vostra modalità di dialogo con il materiale? Chi conduce, chi si lascia condurre? I ruoli si possono alternare nel corso dello stesso processo creativo: in che modo avviene questo passaggio?

Insegnanti dei servizi 0-6 del Comune di Fano

Nel tipo di interazione “relazionale” che ho cercato di descrivere, la personalità del materiale incontra quella dell’artista. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti, ma nascoste. Trasformando il materiale, ogni persona rende visibile la sua unicità; nello stesso tempo, mentre viene trasformato il materiale manifesta la sua natura.

“L’impronta spirituale nella creazione artistica”, Nona Orbach

Ogni essere umano contiene dentro di sé un variegato patrimonio di caratteristiche e inclinazioni che lo rende ciò che è. Questa ricchezza si esprime per mezzo delle nostre azioni sulla materia. L’insieme di tutte le qualità che emergono dalle azioni impresse sulla carta, sulla creta o su un altro materiale, lascia dei segni visivi che originano un carattere distintivo unico. Se ne avrà la possibilità, questa “impronta” essenziale continuerà a svilupparsi e ad arricchirsi nel corso di tutta la vita.
Così l’artista e arte terapeuta Nona Orbach descrive l’essenza unica di ogni essere umano che si rivela attraverso la materia nel processo creativo. In altre parole, si tratta di un arricchimento reciproco nel rispetto dei limiti e delle potenzialità di entrambe le parti. Un approccio ecologico ed empatico nei confronti del mondo, di tutte le cose che incontriamo, grandi e piccole.

*

#grammaticadeimateriali

Se sei interessato al mondo dei materiali…

Quante forme ci sono in una bottiglia di plastica?

fiori costruiti con bottiglie di plastica

In quante forme si può scomporre una bottiglia di plastica? Avete mai provato? Insospettabilmente ne escono fuori anelli, cilindri, coni, semisfere, spirali, torri, cupole… Questi elementi si possono poi ricombinare insieme per costruire strutture più complesse. Osservateli, prendeteli in mano e giocateci, senza avere già in mente un obiettivo. Saranno le stesse forme a guidarvi, a svelarvi percorsi inaspettati. E’ un dialogo fra noi e la materia, un’interazione reciproca in cui il materiale non è “forzato” a plasmarsi secondo un’idea a priori.

the different parts of a plastic bottles

Tra i pezzi ottenuti sezionando una bottiglia, alcuni si presteranno ad essere utilizzati come un modulo – ovvero un elemento che si ripete per formare strutture più complesse. Per esempio, la tenda fra gli alberi dell’immagine qui sotto è stata realizzata per il Castello dei ragazzi di Carpi usando un anello di plastica come modulo.

a curtain made of plastic bottles

L’interazione della materia plastica colorata con la luce, naturale o artificiale, può generare degli effetti interessanti, quasi magici.

Dopo aver esplorato le regole della sua “grammatica”, saremo in grado di usare il materiale in modo creativo, coerente sia rispetto alla sua natura che al nostro obiettivo in un contesto specifico. Ecco un piccolo esempio: i fiori-matita nati per celebrare il compleanno della Biblioteca San Giovanni di Pesaro.

artificial flowers made with plastic bottles

La forma dei fiori non è stata ispirata da immagini di fiori reali, ma dalle forme e dalle caratteristiche delle varie parti delle bottiglie. In molti casi, il tappo è stato forato e usato come elemento connettore tra la matita e la parte in plastica.
Qual è il vostro fiore preferito? Molte altre specie aspettano di essere scoperte… Siete tutti invitati ad inviare a robertapuccilab una foto dei vostri fiori per arricchire l’Erbario Plastico. Buon divertimento!

#grammaticadeimateriali

artificial flowers made with plastic bottles
artificial flowers made with plastic bottles

Come si gioca con le strisce di carta?

laboratori creativo con materiali non strutturati: le strisce di carta

Vorrei presentarvi un materiale di recupero, facilmente reperibile nelle tipografie, che uso spesso nella mia ricerca creativa: le strisce di carta. Come la ricerca artistica dell’adulto può costituire un valido supporto in un contesto educativo? Come può diventare un catalizzatore dei personali processi dei bambini anziché un modello da ripetere in modo più o meno simile? Come presentare il materiale, quali esempi mostrare?

Ho proposto questo materiale a piccoli gruppi di bambini di 4 e 5 anni. I bambini potevano usare liberamente una grande quantità di strisce di varie dimensioni e una spillatrice. Prima di proseguire nella lettura, come vi immaginate possa essersi svolta questa attività?

I bambini non mi conoscevano. Una mattina mi sono presentata in sezione, con la complicità dell’insegnante, come un’esperta di trasformazione dei materiali e ho mostrato come una striscia di carta, grazie alla spillatrice, può diventare per esempio… un cerchio (“Un sole!” “Un cappello!” Una ruota!”), un quadrato (“Una casa!”, “Una scatola aperta!”), e così via. A loro volta, il cerchio e il quadrato continuano a trasformarsi attraverso delle piegature in un cuore, un fiore, una stella, un fiocco, una farfalla…

Quindi ho salutato i bambini con la promessa che sarei tornata per continuare con loro il gioco delle trasformazioni. E così è stato, portando i bambini in atelier a piccoli gruppi di quattro. All’inizio, molti mi chiedevano come realizzare una certa forma che si ricordavano dal primo incontro (la farfalla, il cuore, eccetera). Ma, purtroppo, la mia memoria “era così labile”… Mi spiace, non ricordo bene… prova da solo. Una volta avviato un processo autonomo, spesso questo procedeva per la sua strada imprevista e la prima forma che il bambino mi aveva chiesto era presto dimenticata.

Ho cercato di fare sentire i bambini a loro agio, liberi di sperimentare senza dover necessariamente produrre qualcosa di “riconoscibile”, tollerando dei momenti più o meno lunghi dove sembrava non succedere nulla. Nonostante fosse molto “limitata” dal punto di vista dei materiali a disposizione (o forse proprio per questo?), la proposta ha originato percorsi e prodotti molto diversi, che hanno valorizzato l’unicità di ognuno. Se il contesto glielo permette, infatti, il bambino esprimerà se stesso così com’e’ in quel momento, con i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue capacità, le sue modalità relazionali.

Spesso sono nati spontaneamente dei lavori di una certa complessità, come quelli delle immagini qui sopra. Tuttavia, non sempre esiste un risultato finale che rappresenti in sé il valore dell’esperienza. A volte può prevalere l’esplorazione sensoriale del materiale, attraverso il corpo e il movimento, o un altro tipo di processo senza particolare interesse per la definizione di una forma o un oggetto specifico.

Ecco un esempio. Alessandro si è concentrato tutto il tempo sulla stessa sequenza di azioni: avvolgere completamente una striscia su se stessa, arrotolandola, e poi riaprirla.

children's works with stripes of paper

Ogni volta lo stesso procedimento originava una forma simile ma leggermente diversa, più o meno prevedibile. A un certo punto, Alessandro ha utilizzato questa sequenza per inventare un gioco, che funzionava così: arrotolare la striscia comprimendola il più possibile, tenerla stretta in pugno, avvicinarsi con disinvoltura a un bambino e aprire improvvisamente il pugno liberando la striscia con “effetto molla” a sorpresa (per spaventare il bambino). Quindi l’indagine sulla spirale, forma molto dinamica, è diventata una ricerca sul movimento che questa forma produce. Inoltre, il passaggio chiuso-aperto/compresso-espanso ha delle significative implicazioni dal punto di vista simbolico.
In questo processo è evidente anche l’importanza della ripetizione, che permette di sperimentare, di consolidare degli apprendimenti, di rassicurare dal punto di vista emotivo, di scoprire piccole variazioni (dalle quali poi si possono aprire nuovi percorsi).

Ora vorrei riportare l’attenzione sullo specifico del materiale. Perché è molto importante conoscere “la grammatica” dei materiali e averli sperimentati in prima persona prima di proporli ai bambini? Non per mostrare degli esempi o dei modelli, ma per fare le scelte migliori che possano favorire i processi dei bambini: come allestire il contesto? Come presentare l’attività? Quali rilanci proporre? Come affrontare le criticità che emergono?

Per esempio, l’utilizzo di un materiale seriale come le strisce di carta, spesso stimola una produzione sovrabbondante che presto satura lo spazio di lavoro disponibile.

Se conosciamo il materiale, questo aspetto non ci coglierà di sorpresa e saremo pronti a suggerire alcune strategie di contenimento, come l’unione di più elementi, un filo conduttore narrativo, l’utilizzo di un elemento come modulo per costruire strutture più complesse. Così, una fase iniziale caotica e dispersiva potrà evolvere in modo organico.

laboratori creativo con materiali non strutturati: le strisce di carta

Dovremmo cercare di avere fiducia sia nel materiale che nei bambini. Anche le cose apparentemente più semplici o banali ai nostri occhi, sono in una connessione significativa con l’identità e l’interiorità del bambino, forse espressione di un suo bisogno. Come ci ricorda l’artista e arte terapeuta Nona Orbach, se un educatore riesce a vedere le qualità fondamentali dei singoli bambini, sarà in grado di relazionarsi con loro in modo autentico e farà sì che ognuno si senta riconosciuto per quello che è veramente. Se un bambino riceve questo tipo di nutrimento, crescendo diventerà una persona più felice, cooperativa ed empatica.

Quando i bambini vengono riconosciuti, accettati, ed hanno un posto sicuro dove potersi esprimere, saranno anche meno aggressivi nei confronti degli altri, avranno migliori abilità sociali, tenderanno a giocare ed a restare impegnati nelle loro attività per periodi di tempo più lunghi. Essere riconosciuti dagli altri in modo autentico è un profondo bisogno della natura umana; ci rassicura sul fatto di essere amati e accettati così come siamo.

#grammaticadeimateriali

Per conoscere la mia ricerca sulle strisce di carta segui il canale Youtube robertapuccilab.

Grammatica dei materiali

the grammar of matter

Ogni materiale possiede delle qualità che lo caratterizzano, delle regole insite nella sua natura secondo le quali può essere trasformato e che costituiscono l’insieme dei suoi limiti e delle sue potenzialità. È una specie di “grammatica naturale” di cui possiamo scoprire le regole in modo empirico. Come? Osservando il materiale, trasformandolo senza forzarlo in una forma pensata a priori, con un approccio rispettoso, con la curiosità e la discrezione di un ospite. Se restiamo in questa dimensione di “ascolto”, sarà il materiale stesso a suggerirci cosa fare. Prendiamo per esempio un foglio di carta.

diversi modi di piegare un foglio di carta
Immagini tratte da “Foglio & Forma” di Paul Jackson, Logos Edizioni

Basta prenderlo in mano per capire che si può piegare. Ma in quanti modi? L’esplorazione di questa semplice azione ci apre un mondo di variazioni: diverse inclinazioni, dimensioni, proporzioni, diverse forme del foglio di partenza, e così via. Avremmo potuto immaginare tutte queste possibilità, senza un’indagine scrupolosa? Allo stesso modo, possiamo investigare molte altre azioni (stropicciare, bucare, tagliare, arrotolare, bagnare…) e combinarle tra loro. Più ricco diventerà questo inventario, maggiori possibilità avremo a disposizione per trasformare in modo creativo il materiale, qualunque sia il nostro obiettivo finale.

diversi modi di trasformare un foglio di carta
Immagini tratte da “Il gioco creativo – 1 La carta” di E. Rottger e D. Klante, Il Castello Edizioni

La carta è un materiale che possiamo trovare in diverse forme, texture e grammature: perciò ad ogni tipologia corrisponderà una grammatica specifica, che manterrà alcune caratteristiche comuni e nello stesso tempo alcune particolarità. Prendiamo, ad esempio, un rotolo di carta igienica: le azioni di piegare e tagliare sono sempre possibili, ma influenzate dalla forma cilindrica e dalla pesantezza del cartoncino, determinando quindi dei risultati diversi.

diversi modi di trasformare un rotolo di carta igienica ovvero materiali non strutturati

Lo stesso vale per tutti i materiali, dai più semplici ai più complessi e strutturati, fino al caso limite di alcuni oggetti (come ad esempio, nello specifico della carta, quotidiani, riviste, vecchi libri e cataloghi). Ma perché studiare questa “grammatica”? Non sarà noioso o sterile usare un materiale solo per il gusto di conoscerlo, senza l’obiettivo di creare un certo prodotto?

diversi modi di trasformare una rivista

In effetti dividere il processo di ricerca dal prodotto, come se fossero delle fasi completamente distinte, può apparire poco realistico, dal momento che di solito le due cose vanno di pari passo. Tuttavia questa piccola forzatura migliora la nostra consapevolezza. L’esplorazione approfondita di un materiale è un esercizio molto utile, sia manuale che del pensiero, per scoprire tutte le potenzialità di quel materiale, oltre che i suoi limiti. In questo modo potremo utilizzare al massimo le sue possibilità tecniche ed espressive, come vediamo in certe opere artistiche.

Opere di Stefano Arienti
Opere di Stefano Arienti
Opere di Zbigniew Salaj
Opere di Zbigniew Salaj

Nel caso dei classici materiali artistici, come ad esempio la creta, la “grammatica” coincide in gran parte con la “tecnica”, ovvero quel complesso di norme e informazioni codificate, tramandate nel tempo, che dobbiamo conoscere preventivamente per evitare sprechi o per lavori di una certa complessità. Ad esempio, nel caso della creta, volendo cuocere un pezzo dobbiamo sapere come evitare che si formino delle bolle d’aria, o volendo attaccare dei pezzi tra loro, dobbiamo sapere come creare la barbottina, eccetera. Questa conoscenza, tuttavia, non si può sostituire alle scoperte fatte direttamente con le nostre mani per “capire” come il materiale si può trasformare: attraverso quali azioni? Con quante variazioni si può modulare ogni azione? Come reagisce il materiale? Con quali risultati?

diversi modi di trasformare un pezzo di creta
Immagini tratte da “Il gioco creativo – 3 La ceramica” di E. Rottger e D. Klante, Il Castello Edizioni

Seguendo un aumento graduale di complessità, la nostra esplorazione potrebbe proseguire con l’incontro tra due materiali: quali dialoghi possibili tra due linguaggi? Paradossalmente l’incontro con “il diverso” e la ricerca di possibili integrazioni potenzia ancora di più le specifiche identità, portandole a toccare dei confini generalmente inesplorati. Qui forse si intravede una chiave di lettura interessante: i materiali possono rappresentare delle metafore significative di alcune nostre modalità di relazione con il mondo? Esistono delle corrispondenze sottili tra mondo esterno e mondo interno, tra materiali e interiorità, che non si possono descrivere attraverso interpretazioni lineari e che costituiscono uno dei punti cardine dell’arte terapia (su questo argomento trovate altre informazioni nel post “Dialogo con un foglio di carta”).

diversi modi di usare un pezzo di creta insieme al cartone
diversi modi di usare un pezzo di creta insieme ad altri materiali non strutturati
Atelier del Centro Internazionale Loris Malaguzzi, Reggio Emilia

A tutti i livelli, da un’attività scolastica alla progettazione di un oggetto industriale, usare un materiale rispettando la sua natura genera una modalità relazionale più autentica, ecologica, oltre che un risultato estetico più piacevole e coerente. Come spiega Bruno Munari in “Da cosa nasce cosa”, un modo per imparare questo approccio è osservare la natura. Forme semplici come la goccia d’acqua o forme più complicate come quella della mantide religiosa sono tutte costruite secondo leggi di economia costruttiva. In una canna di bambù lo spessore del materiale, il diametro decrescente, la sua elasticità, la disposizione dei nodi, , rispondono a precise leggi economiche: più rigido si romperebbe, più elastico non sopporterebbe il peso della neve. C’è un limite oltre il quale non si può andare, nel senso della semplicità costruttiva.

The orange fruit as example of perfect packaging by Bruno Munari

Per esempio, il classico fiasco di vetro soffiato ha una forma logica rispetto la materia: infatti la sua forma non è altro che la forma della goccia di vetro fusa, dilatata dal soffiatore. Questo vuol dire che è una forma logica, dove lo spessore è uniforme su tutta la superficie, come le bolle di sapone. Non si può fare una bottiglia quadrata con il vetro soffiato, perché la forma quadrata è innaturale rispetto al processo di espansione di questo magma incandescente che è il vetro.

la forma del tradizionale fiasco di vetro
Immagine tratta da “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari, Laterza

Come conseguenza, pare che una cosa esatta sia anche bella, per cui l’osservazione delle forme naturali risulta molto utile al designer, il quale si abitua ad usare i materiali per la loro natura, per le loro caratteristiche tecniche, e a non usare il ferro dove sarebbe meglio il legno o il vetro dove sarebbe meglio la plastica. Mi permetto di aggiungere che risulterà molto utile anche a chiunque voglia imparare a usare i materiali in modo creativo, secondo la loro grammatica naturale, ovvero rispettandone i limiti e valorizzandone le potenzialità.

come rappresentare un albero con materiali non strutturati
Immagini tratte da “Saremo alberi” di Mauro Evangelista, Artebambini

Se sei interessato a questi temi, ti invito a iscriverti al gruppo Facebook the grammar of matter per condividere esperienze, domande, immagini, idee. A presto con il prossimo capitolo della grammatica dei materiali e buona esplorazione!

#grammaticadeimateriali

Esplorazioni e atelier nella natura

Ognuno di noi possiede i cosiddetti “cento linguaggi” di cui parla Loris Malaguzzi nella sua nota poesia “Invece il cento c’è”. Ciò non significa che abbiamo bisogno di cento materiali o strumenti, ma che possiamo relazionarci con il mondo in “cento” e più modi diversi. L’importante è non preoccuparsi del risultato o di un prodotto finale, come il disegno realistico di una foglia o di un fiore, ma semplicemente lasciarsi coinvolgere ed entrare in relazione con quella foglia o quel fiore.

Per esempio, avete mai osservato davvero i colori di un fiore che vi piace? Siete riusciti a contarli, nominarli? L’impresa non è semplice come sembra. Esistono così tante tonalità di verde (o di qualsiasi altro colore), che la nostra lingua non possiede abbastanza parole per nominarle. Ma la questione si complica ancora di più, perché il colore cambia nel tempo, attraverso le stagioni, la giornata, e addirittura, guardando bene, anche in un solo secondo. Basta cambiare punto di vista, o che una nuvola passi davanti al sole.

Ma allora qual’è il “vero” colore di una cosa?

Come possiamo sostenere la ricerca di un bambino che, per esempio, dimostra interesse nei confronti delle sfumature cromatiche di un fiore? Prima di tutto, credo, condividendo il suo stupore e dando valore alle sue osservazioni, magari facendo qualche domanda. Tuttavia, a volte questo viene frainteso: interrogarsi insieme ai bambini non significa intervistarli e annotare le loro risposte per la “documentazione” scolastica. Una domanda non è necessariamente uno stimolo positivo per il processo di ricerca: potrebbe essere posta troppo presto o contenere già una certa risposta. Come, per esempio, chiedere perché i colori cambiano con la luce prima che i bambini lo abbiano notato. Insomma, si può anche restare ad osservare in silenzio.

Oltre a interrogarsi insieme, quali materiali offrire per approfondire una ricerca sui colori, e come? Naturalmente, non esiste una sola risposta, ma tante possibili a seconda del contesto. Tuttavia, se il nostro intervento si limita ad invitare i bambini a scegliere dei pennarelli, la nostra sarà certamente un’offerta molto povera rispetto le infinite possibilità di creare e mescolare i colori (“e poi cento cento cento ma gliene rubano noventanove…”).

Se, per esempio, i bambini sono abituati a muoversi in autonomia nell’atelier o conoscono già diversi materiali artistici, potremmo porre loro la questione: quali sono i materiali più adatti per una ricerca sulle sfumature? Dopodichè, cercheremo di seguire il corso del processo, sostenendolo e potenziandolo. Forse i bambini sceglieranno comunque i pennarelli, all’inizio, ma probabilmente si renderanno presto conto che le tonalità cromatiche non sono abbastanza… e saranno portati a considerare altre soluzioni, magari dei colori liquidi come tempere, inchiostri o acquerelli, che si prestano per loro natura a indagare il fenomeno della sfumatura grazie alle proprietà dell’acqua.
Qual’è il punto esatto in cui finisce un colore e ne comincia un altro? Quando non si riescono a definire chiaramente i confini tra i colori, diciamo che c’è una sfumatura. Ma che cos’è esattamente una sfumatura?

Secondo l’artista Paul Klee, la sfumatura è un tipo di “ordine” che contraddistingue il mondo naturale, differenziandolo dal mondo artificiale. Il “naturale” si sviluppa attraverso un processo continuo di “crescendo” e “diminuendo” non strutturato, dove i contrari fluiscono l’uno nell’altro. L’ordine artificiale, invece, è più povero ma reso percepibile da un’organizzazione suddivisa in passaggi misurabili.

Attraverso la sua ricerca artistica, Klee ha cercato di individuare quali sono le regole e i principi secondi i quali si sviluppano le forme vegetali. Gli appunti e i disegni di questa indagine oggi sono raccolti nei due bellissimi libri “Teoria della forma e della figurazione”.

Per esempio, come nasce la forma di una foglia? Paul Klee pensava che le nervature costituiscono delle linee di energia costruttiva e che la forma finale dipende da queste forze, nel senso che il contorno si forma laddove si interrompe l’irradiazione lineare. Secondo questa prospettiva, quindi, la forma esterna è il risultato di alcune forze (o cause) interne. Ma esistono molte altre risposte possibili.

Il biologo e matematico D’Arcy W. Thompson, per esempio, nel suo trattato “Crescita e forma” si avventura nella ricerca delle formule algebriche che regolano la crescita delle forme naturali.
Bruno Munari, invece, seguendo una pista più empirica, suggerisce che per capire una forma organica non sia utile “ricopiarla” ma “provocarla”, in modo che essa si riveli con naturalezza. Ad esempio soffiando su una goccia di inchiostro su un foglio e osservando come la materia tenda a ramificarsi fino al suo esaurimento.

Qual è dunque la risposta giusta? Non ne esiste solo una, nè tantomeno un solo modo di cercarla. Le risposte assolute sono pericolose, spengono all’istante quello stupore generatore di domande che è il motore di ogni conoscenza. Così come sono tanti i linguaggi per cercare una risposta, servono tante risposte per avvicinarsi alla verità.

Perchè, allora, esistono delle proposte ricorrenti associate al Reggio approach e alla teoria dei cento linguaggi? Non è forse un paradosso? Alcuni degli esempi più in voga sono il disegno dal vero di un fiore posizionato al centro di un tavolo e il disegno dell’ombra degli oggetti.

Forse non abbiamo abbastanza fiducia nella ricchezza dei processi che possono nascere dai bambini e per questo ci appoggiamo a delle soluzioni “sicure”, già pronte? Perchè proprio questa proposta tra le infinite modalità possibili di esplorare le ombre?

Per esempio nel mio caso, l’incontro con le ombre non mi ha portato ad esplorarle attraverso il disegno. Una volta, durante una passeggiata in mezzo alla natura, mi sono imbattuta in una serie di piccole ombre di foglie lungo alcuni rami. Sembrava una specie di codice, un alfabeto di vari equilibri tra spazi pieni e vuoti all’interno della stessa forma. Mi interessava soprattutto il ritmo visivo sempre in movimento creato dall’interazione tra la luce, le foglie, il vento e il mio punto di vista. Il processo, dunque, mi stava portando a giocare con dei pentagrammi vegetali…

E invece il bambino interessato alle sfumature del fiore? Chissà, magari avrebbe continuato ad approfondire il tema del colore anche attraverso le ombre: dove va a finire il colore quando c’è un’ombra sopra? E l’ombra ha un suo colore?

Credo che sperimentare in prima persona il processo creativo e il suo potenziale sia una condizione necessaria per avere fiducia nei processi dei bambini, per poterli riconoscere e sostenere.

Quel fiore, con le sue sfumature, è unico, ma nello stesso tempo contiene molte dimensioni diverse – scientifica, estetica, filosofica, emozionale, narrativa – tutte connesse tra loro. L’atelier è un luogo in cui alcuni di questi percorsi esplorativi possono prendere forma, attraverso materiali e strumenti, spazi e tempi. Quel fiore è unico, ma nello stesso tempo si riflette in “cento” riflessi, uno per ogni linguaggio espressivo e uno per ogni persona. Non è bellissimo?

Buona esplorazione nella natura!

Atelier dei materiali non strutturati

composizione con materiali non strutturati

Come trovare l’equilibrio giusto tra regole e libertà per sostenere il processo creativo?
L’immagine qui sopra è parte di una composizione di cm 100 X 70 realizzata da tre bambini di cinque anni. Come immaginate che possa essersi svolto il processo di co-creazione? Con quale consegna (se c’è stata) e con quale ruolo dell’adulto?
Innanzitutto, preciso che si tratta dell’ultimo di una serie di incontri in atelier dedicati ai materiali non strutturati. Ciò è piuttosto significativo, dal momento che il bisogno dei bambini di fronte a un materiale nuovo è quello di esplorarlo liberamente per un tempo abbastanza lungo, per conoscerne potenzialità e limiti. Meglio quindi posticipare delle proposte più specifiche in un secondo momento. Ma cominciamo dall’inizio.

Volevo proporre ai bambini un’esperienza con materiali eterogenei di recupero: piccoli pezzi di plastica, metallo, legno, cartone, bottoni, tappi, scarti di lavorazione industriale e artigianale – tutti raccolti ed esposti in modo ordinato in vari contenitori. Ma come formulare la proposta? Come un’esplorazione completamente libera? Già immaginavo quell’inebriante ricchezza e molteplicità diventare un’accozzaglia confusa in pochi secondi… Come “contenere” l’attività dei bambini, lasciando nello stesso tempo ampi margini per la ricerca personale?

Ecco la proposta: “un gioco” con poche, semplici regole. Partecipa un piccolo gruppo di bambini alla volta. I materiali sono disposti in modo ordinato su un tavolo. Ogni bambino ha un piccolo contenitore con cui può “fare la spesa”, mettendo i materiali che sceglie nel suo contenitore. Su altri tavoli ci sono delle basi di cartoncino bianco, dove i bambini possono “giocare” con i materiali scelti. Una volta finito il gioco, si può fotografare la composizione finale e darle un titolo. Quindi si riversano di nuovo tutti i materiali usati nel contenitore personale, per poi suddividerli e rimetterli nei rispettivi contenitori. A questo punto chi vuole può ricominciare da capo.

Un’altra possibilità che ho sperimentato è quella di mettere tutti i contenitori al centro di un grande tavolo di lavoro, con l’indicazione di prendere di volta in volta i materiali necessari. Forse questa organizzazione ha esplicitato un mio bisogno di ordine… In ogni caso, ha funzionato. Le regole sono state accettate in modo “naturale”, come parte del gioco, e hanno permesso ai bambini di autogestirsi nel rispetto dei tempi individuali. Anche il passaggio finale di “distruzione” dell’opera è stato accolto con naturalezza dai bambini, immersi in una sperimentazione veloce e intensa, senza la necessità di “trattenere” il risultato. A dimostrazione di come “l’attaccamento” al prodotto sia qualcosa che riguarda più spesso gli adulti.

Visto il coinvolgimento dei bambini, ho riproposto la stessa attività più volte introducendo alcune varianti. Per esempio basi di cartoncino di formati diversi o varie selezioni di materiali (secondo criteri materici, cromatici, ecc.). Alcune variazioni sono state stimolanti per i bambini, altre meno. Le loro reazioni mi hanno aiutato a scegliere ogni volta la variante successiva.
È stato anche interessante osservare come diversi tipi di materiali influenzavano la composizione e, nello stesso tempo, quanto restava riconoscibile lo stile personale di ogni bambino attraverso la diversità dei materiali: stile e caratteristiche dei materiali sono elementi sempre intrecciati e interconnessi in ogni opera.

This image has an empty alt attribute; its file name is comp-finale-costruzione2-1024x425.jpg

Per concludere l’esperienza, ho proposto un lavoro di gruppo: tre bambini alla volta, su un grande formato di cm 100 X 70. Naturalmente sapevo bene che il formato era troppo grande per essere “controllato” e organizzato con un progetto condiviso a priori. Ho invitato i bambini a cominciare singolarmente, dal lato che preferivano. Dopodiché ogni gruppo ha seguito un proprio processo, in cui sono confluiti in modo organico i vari contributi. Lasciandosi ispirare dalle forme che via via si creavano e sollecitati da alcune mie domande, i bambini hanno progressivamente collegato le tre parti, sia a livello estetico che narrativo.
In questo caso, ho proposto di fissare la composizione finale sul foglio, come conclusione tangibile di un percorso e valorizzazione di un lavoro collettivo. Prodotto e processo sono entrambi importanti: sta a noi capire quando è il momento di concentrarsi sull’uno piuttosto che sull’altro.

Ogni gioco ha le sue regole, che vengono accettate di buon grado da chi liberamente sceglie di giocare. A volte le regole “permettono”, altre volte “limitano”, così come la totale libertà può essere un aiuto o un ostacolo per la creatività. Non esistono formule sempre valide, ogni volta l’equilibrio giusto va cercato tenendo conto del contesto e degli obiettivi. È una danza flessibile tra due opposti necessari, in cui l’ascolto empatico dei bambini ci aiuta a sintonizzarci con il loro ritmo.