Grammatica della sabbia

di Roberta Pucci con i contributi di Lucia Pec e Mascia Premoli

Immagine di copertina: Lucia Pec


La sabbia è una materia evocativa e arcaica, formata nel corso di migliaia di anni dall’erosione di rocce, perciò infinitamente più vecchia di noi. In alcune culture è associata al deserto, a eventi biblici, agli antichi profeti. La sabbia è simbolo dell’infinitamente piccolo e della moltitudine.


Lo chiamiamo granello di sabbia.

Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.

Scrive Wisława Szymborska nella sua poesia “Vista con granello di sabbia”.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.

Non si sente guardato e toccato.

E che sia caduto sul davanzale

È solo un’avventura nostra, non sua.


La materia non ha ancora un nome prima di nascere nella coscienza di un essere umano; in un certo senso, comincia ad esistere attraverso la nostra consapevolezza. A noi, quindi, la responsabilità di attivare un’interazione e attribuire senso, plasmare e creare, con l’accortezza, però, di lasciare spazio anche all’identità della materia, nel rispetto e nella valorizzazione delle sue caratteristiche.

 

Con quali azioni potremmo attivare “un dialogo” con la sabbia? Con quali strumenti? Come questo materiale si può trasformare? O meglio, quali azioni ci suggeriscono le sue caratteristiche?

La sabbia è composta da miliardi di granelli non cementati, cioè senza una forza di coesione che li tiene uniti. È quindi un insieme di tanti, piccoli elementi separati. Possiamo far esperienza di questa qualità semplicemente lasciandola scorrere tra le dita o facendola cadere, ancheutilizzando vari contenitori. A seconda dello strumento e del movimento, la sabbia cadrà in modo diverso, creando diversi tipi di textures e “ammucchiamenti”.


Immagini e laboratorio di Mascia Premoli

A causa della sua granulosità e delle minuscole dimensioni dei granelli, la sabbia può accogliere qualsiasi forma, facendole spazio e trattenendone l’impronta come un calco “negativo”. Potremmo dire, perciò, che la sabbia ha una memoria a breve termine e racconta storie estemporanee.


Inoltre, come tutte le materie granulari, la sabbia non ha una forma propria, ma assume quella del suo contenitore. Il confine è dato dal contenitore stesso. Ciò rende la sabbia un materiale interessante per il gioco dei travasi e un’altrettanto interessante metafora sul rapporto contenuto-contenitore.


Chi non ha mai ribaltato un secchiello pieno di sabbia bagnata in spiaggia per fare un castello? Ma qui entra in gioco un elemento chiave nella grammatica della sabbia: l’acqua. Nella sabbia bagnata, minuscole goccioline d’acqua legano tra loro i granelli, che così formano una massa più compatta, e modellabile (almeno entro certi limiti). L’acqua tende inoltre a scurire la sabbia perché igranellini bagnati riflettono meno la luce, che viene assorbita anziché riflessa.


Una distesa di sabbia bagnata costituisce una superficie ottimale per accogliere le impronte di qualsiasi oggetto. È un invito sempre aperto a creare una composizione visiva, magari usando le cose trovate sulla spiaggia.


Opere di Lucia Pec

La sabbia bagnata può anche essere modellata con le mani.  Mi piace molto osservare le sculture create sulla spiaggia. Nel tempo ho potuto notare alcuni temi ricorrenti: rettili, pesci, tartarughe, sirene, sedie e cuscini, dinosauri, castelli, piante di città viste dall’alto.


Scultura di Enea e Riccardo di Firenze, in vacanza a Pesaro

Ma un tema figurativo non è necessario per cominciare o legittimare un processo creativo, anzi: l’assenza di un’immagine riconoscibile a volte ci solleva dall’ansia da prestazione e dai giudizi estetici.

Perché non provare a interagire con il materiale semplicemente entrando in relazione con l’ambiente circostante, cercando connessioni attraverso le forme che il contesto suggerisce?


Opere di Lucia Pec

In uno spazio più ridotto, possiamo invece esplorare le tracce del movimento di vari oggetti e strumenti: come reagisce la sabbia? Che tipo di segni e textures si formano “per sottrazione”?


Immagini e laboratorio di Mascia Premoli

Naturalmente, la sabbia invita anche a tracciare dei segni in modo intenzionale, per rappresentare qualcosa, scrivere o disegnare. Un tavolo o una lavagna luminosa amplifica ancora di più questo processo.


Atelier della Scuola dell’Infanzia “Le Betulle” di Cavriago (RE)

Tutte queste trasformazioni sono sempre reversibili. La sabbia, infatti, è fortemente connotata dal senso dell’effimero. All’esterno, il vento la porta via, la modella, ricordandoci l’impermanenza delle cose. La spiaggia è vulnerabile di fronte alle forze elementari del mare.


Opera di Lucia Pec

Qual è la tua esperienza con la sabbia, in che modo ti piace interagire con questo materiale? Quali sensazioni e associazioni ti evoca?

 

Senza colore e senza forma,

senza voce, senza odore e senza dolore

è il suo stare in questo mondo.


Come per la poetessa Wisłava Szymborska, anche per ognuno di noi la materia può diventare uno strumento che aiuta il pensiero ad esprimersi attraverso delle metafore significative.


La “mia” spiaggia sulla costa adriatica, tra Fano e Pesaro

Un ringraziamento speciale a Lucia Pec e Mascia Premoli per i preziosi contributi.

Se sei interessat* all’uso creativo dei materiali, iscriviti al gruppo Facebook The grammar of matter per continuare l’esplorazione.

Tutto a rotoli!

Mi raccomando, non buttare via il rotolo quando finisce la carta igienica…

È incredibile in quanti modi si può trasformare!

Per cominciare, prova a osservarlo da diversi punti di vista, senza preoccuparti di dover realizzare un prodotto. Cosa ti invita a fare il rotolo, come “vorrebbe” essere trasformato? Si può partire in qualsiasi modo, per esempio da un taglio, per poi vedere cosa succede e dove il processo ci porterà.

 

La semplice azione di tagliare apre infinite possibilità, per esempio variando il numero, la direzione, la larghezza o la lunghezza dei tagli, e naturalmente combinando queste variazioni.

Cosa succede se poi pieghiamo le parti tagliate? Di nuovo le trasformazioni possibili si moltiplicano.


Vi consiglio di provare diversi approcci, sia geometrico-matematico (come nell’immagine in basso a sinistra) che del tutto casuale, o meglio, vi suggerisco di combinare le due cose, esplorando in modo sistematico le scoperte fatte per caso.

La doppia piega “a onda” nell’immagine qui sotto a destra, per esempio, è stata ispirata da un taglio casuale e poi sperimentata intenzionalmente in molte varianti (con altri rotoli).

È anche molto interessante esplorare i suoni e i movimenti prodotti dalle trasformazioni.

Si tratta di un’indagine non-cognitiva, condotta dalle mani e dalle caratteristiche del materiale: come mostra il video qui sotto, sono le mani che “pensano”…


Cosa succede se il rotolo incontra un altro materiale?

Quali dialoghi possibili?


Più rotoli (interi o sezionati) possono essere combinati tra loro in diversi modi per creare strutture più complesse.


Possiamo anche dividere il rotolo in piccole parti e utilizzarle per creare delle composizioni o texture.


Qual è la differenza tra esplorare la grammatica di un rotolo o usarlo per fare un lavoretto?

Il lavoretto racchiude fin dall’inizio un certo risultato e un percorso prestabilito per raggiungerlo – con una promessa di bellezza che invece spesso si rivela un’estetica semplicistica e stereotipata. Che gusto c’è se sappiamo già qual è il punto di arrivo? Qui il processo non fa parte del gioco.


Esplorando la grammatica del materiale, invece, c’è spazio per la scoperta e per l’imprevisto, per infiniti percorsi tra i limiti e le potenzialità del materiale. E la bellezza dell’azione non è perduta!

Buone esplorazioni!


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Grammatica della neve

Di Roberta Pucci con il contributo di Suzanne Axelsson

Opere di Ceca Georgieva e Lucia Pec

Macro fotografie di Alexey Kljatov

Immagine di copertina: Lucia Pec


Quali materiali scegliere per sperimentare in modo creativo e dove cercarli? Nei negozi, in casa o in tutto l’ambiente intorno a noi? Credo che l’atelier sia in realtà una metafora di un incontro significativo e creativo con il mondo, quindi potenzialmente attivabile ovunque e con qualsiasi materiale, non solo in una stanza dedicata, con i classici materiali artistici. 
Che dire, per esempio, della neve? 

 

Esplorazioni nella foresta di Suzanne Axelsson

Il mio suggerimento è innanzitutto quello di non dare niente per scontato e immaginare di vedere quel materiale per la prima volta: con mani e sguardo curiosi, attraverso un incontro con tutti i sensi, il corpo, il movimento, liberi da aspettative e obiettivi predefiniti.

Del resto, prima di tutto, noi siamo materia. E non sempre è necessario creare o capire qualcosa. Possiamo, semplicemente, vivere un incontro per il gusto di conoscersi? Non solo di uso e consumo, quindi, ma anche ascoltando e osservando l’altro, come un ospite discreto e gentile. 

Ciao neve, chi sei?

 

Che rumori fa la neve? Com’è sulla pelle? Che sapore ha? In quanti modi si può prendere in mano e manipolare, e con quali oggetti e strumenti, oltre alle mani? Quanti tipi di neve ci sono, di quanti bianchi, consistenze, sfumature, texture? 

Non immaginavo che nella lingua svedese esistessero più di 50 parole diverse per definire la neve, alcune di uso comune in tutto il paese, altre più specializzate usate solo in certe zone o per motivi specifici, ad esempio per riconoscere se c’è il rischio di una valanga.

 

Eccone alcune:

  • Kramsnö – neve adatta per fare le palle di neve (letteralmente “neve-abbraccio” o “neve compressa”)
  • Drivsnö – neve alla deriva
  • Djupsnö – quando lo strato di neve è molto profondo
  • Fimmern eller fimmeln – fiocchi molto piccoli a temperatura molto bassa, come un pulviscolo nell’aria 
  • Firn – neve fine e granulosa
  • Fjunsnö – soffice e luminosa
  • Flaksnö – neve con uno strato ghiacciato in superficie, come un coperchio
  • Flister – neve a grana fine, di cui ti accorgi a malapena ma che ti rimane appiccicata in faccia 
  • Knarrsnö – quella che scricchiola quando ci cammini sopra 
  • Nysnö – neve nuova
  • Slask – fanghiglia di neve
  • Snöhagel – misto di grandine e neve
  • – mucchi di neve lasciati lì finché si sciolgono 
  • Upplega – neve accumulata sui rami deli alberi 
  • Yrsnö – neve che vola in tutte le direzioni contemporaneamente 
Opera di Lucia Pec

La neve nasconde, gioca a nascondino, ma può anche diventare terrificante durante una tempesta e farci perdere l’orientamento. Può essere dura e soffice, silenziosa o rumorosa. E ogni inverno continua a meravigliarci. Spesso abita i ricordi più belli dell’infanzia. I miei primi incontri con la neve, da bambina, sono avvenuti attraverso la distanza di tanti strati di imbottitura e i movimenti lenti, un po’ goffi, che quell’equipaggiamento da astronauta permetteva. La neve era qualcosa di irresistibilmente attraente quanto scomoda da raggiungere. Forse questo imprinting ha contribuito, in seguito, a plasmare il mio caratteristico approccio contemplativo? Cosa caratterizza invece il tuo approccio? Le modalità di fare esperienza sono diverse per ogni persona: siamo in grado di riconoscerle, autorizzarle e valorizzarle tutte?

 

I miei incontri con la neve a 4 anni

Tutto diventa morbido, silenzioso, smussato, oppure scricchiolante e rivestito di una corazza di ghiaccio. Neve come un foglio di carta incontaminato steso sul paesaggio, dove possono comparire impronte e mappe di percorsi.

Molti autori si sono fatti ispirare da questa magia. Tra i tanti, Aoi Huber-Kono con il libro Era inverno e Bruno Munari con il suo Cappuccetto bianco, entrambi pubblicati dalle Edizioni Corraini. 
La personalità del bianco, con tutte le sue infinite variazioni, si esprime al massimo nella neve. Quanti tipi di bianco siamo in grado di riconoscere e identificare con un nome specifico? E siamo proprio sicuri che non ci siano sfumature di altri colori, qua e là? 

 

Immagine tratta dal libro Era inverno di Aoi Huber-Kono

La neve è parte di un contesto più ampio, naturalmente, e in relazione con esso. Dovremmo sempre cercare di tenere in mente questa relazione quando entriamo in contatto con la neve e con il suo ambiente per esplorarlo o modificarlo. Le bellissime immagini del post ci offrono diversi esempi in questo senso, di interazione rispettosa e dialogo con il contesto. 

 

Opere di Ceca Georgieva

Come possiamo creare delle nuove connessioni tra la neve e gli altri elementi naturali dell’ambiente? In quanti modi la neve può incontrare un albero, tenendo in considerazione la sua specifica forma, dimensione, posizione? 
Attraverso delle palle di neve, per esempio: e ogni volta la composizione sarà differente, a seconda dell’albero o del gruppo di alberi in questione. 

 

Opere di Ceca Georgieva

Oppure usando alcuni materiali naturali disponibili nelle vicinanze per creare una composizione sulla neve (anziché con la neve), che quindi non è più materia plasmabile ma supporto accogliente.

 

Opere di Lucia Pec

La neve può diventare anche un materiale con cui disegnare: per addizione (ovvero aggiungendo il materiale su una superficie)…

 

Opere di Lucia Pec (a sinistra) e Suzanne Axelsson (a destra)

…o per sottrazione (cioè rimuovendo il materiale), come nelle immagini qui sotto. Gli strumenti e le texture da sperimentare sono praticamente infiniti, e di nuovo, possibilmente in relazione con la forma e la tipologia della superficie che accoglie i segni (un tronco, una roccia, uno spazio tra un gruppo di alberi, la riva di un fiume, ecc.).

 

Opere di Lucia Pec (a sinistra) e Suzanne Axelsson (a destra)

Neve è materia da modellare e l’amato pupazzo di neve non ha l’esclusiva! Di quali oggetti e creature effimere si popola il vostro paesaggio? Sedie, salotti, ippopotami, unicorni, la mano di un gigante che emerge dalla terra, o semplicemente delle forme organiche ispirate dal contesto… 

 

Opere di Lucia Pec

Ogni trasformazione ha un impatto sull’intero paesaggio: è come un dialogo tra materiali, forme e colori, tra la natura e la persona che opera con i suoi elementi. 

 

Opere di Lucia Pec

Chi conduce, chi segue? Da dove viene l’ispirazione? Nelle opere qui sotto vediamo due esempi piuttosto diversi: in un caso (nelle opere a sinistra) la composizione è stata probabilmente ispirata dalla conoscenza indiretta della forma del fiocco di neve, poi rielaborata esteticamente dell’artista. Nell’altro caso, invece, l’opera sembra scaturire quasi spontaneamente dall’incontro della forma della pietra con i fili d’erba. Incontro che avviene grazie all’azione dell’artista ed è messo in evidenza dalla neve, come se questa fosse una specie di intermediario tra la pietra e l’erba. 

 

Opere di Lucia Pec

Passiamo ora a osservare un singolo fiocco di neve, questo misteroso microcosmo. Ogni fiocco è un unico, non ce ne sono due uguali. Com’è possibile e come avviene il processo di formazione?

Un fiocco si crea quando microscopiche gocce d’acqua passano attraverso una massa d’aria molto fredda e congelano, formando inizialmente un piccolo prisma.


Macrofotografie di Alexey Kljatov

Le regole intrinseche della struttura molecolare plasmano la forma del primo nucleo di cristallo e direzionano la sua crescita. Ma come spiega Ian Stewart nel bellissimo libro “Che forma ha un fiocco di neve?”, durante la discesa verso il suolo il cristallo può attraversare masse di umidità e temperature variabili, diverse velocità del vento e pressioni atmosferiche. Queste minuscole variazioni favoriscono o inibiscono la formazione di “facce piane” o di “rami” della struttura cristallina, e influenzano il loro modo di combinarsi, cosicchè la forma finale dipende dalle condizioni che il fiocco incontra durante il suo viaggio, fino al contatto con il suolo.

La variabilità dei parametri che entrano in gioco è tale da garantire una gamma praticamente illimitata di varianti morfologiche.


Macrofotografie di Alexey Kljatov

Quanta meraviglia e quanti misteri contenuti in un microscopico granello… come possiamo preservare questo stupore (e le domande che esso suscita) all’interno di un contesto educativo, supportando le ricerche dei bambini senza fornire delle risposte chiuse già pronte?

Una questione mai scontata su cui vale la pena soffermarsi, come educatori e genitori.

Per chi volesse continuare a esplorare la grammatica della neve, suggerisco di approfondire il lavoro delle artiste Ceca Georgieva e Lucia Pec, dell’educatrice e autrice Suzanne Axelsson e del fotografo Alexey Kljatov – che ringrazio di cuore per i preziosi contributi. Ma soprattutto, se avete la fortuna di poterla raggiungere facilmente, vi invito a lasciarvi sorprendere da un incontro a tu per tu con la neve, e a lasciarvi condurre, senza sapere per quale destinazione.  

 

Opere di Lucia Pec

Grammatica del cartone ondulato

Seguendo il suggerimento della “grammatica dei materiali”, proviamo a osservare le cose come se le vedessimo per la prima volta, con rispetto e curiosità, senza avere già in mente un obiettivo o una forma precisa da costruire. Questo capitolo della grammatica è dedicato al cartone ondulato: quali sono le sue potenzialità trasformative? O in altre parole, quali trasformazioni ci suggeriscono le sue caratteristiche?

Cominciamo con un pezzo di scarto recuperato da una scatola di biscotti.

Lo prendo in mano: le righe in rilievo sono un invito irresistibile a tagliare, mentre le due linee di piegatura indicano alle forbici dove fermarsi.

Ecco, si può muovere in diversi modi, sembra animarsi, diventa un tunnel, un millepiedi, una pianta carnivora…

Un’altra azione generalmente associata al cartone ondulato è quella di “arrotolare”. Se la combiniamo con il taglio (o la mettiamo in relazione ad altri oggetti), si possono originare svariate forme, a loro volta componibili e combinabili.

A sinistra: immagine di RobertapucciLab – A destra: immagine dal libro Créations en papier, mgf atelier

Oltre ai pezzi che possiamo recuperare nei packaging alimentari, il cartone ondulato si trova in commercio in fogli colorati per uso scolastico-hobbistico, oppure in grossi rotoli piuttosto economici, usati come materiale da imballaggio.

Cosa succede se proviamo a rifare la stessa forma in una dimensione molto più grande? Un dettaglio, un piccolo decoro diventa una presenza di forte impatto.

Allestimento e laboratorio di RobertapucciLab per “Il Castello dei Ragazzi” di Carpi

Replicando una piccola forma con una striscia larga quanto l’intero rotolo di cartone, quello che sembrava un germoglio è diventato un albero. E più alberi possono formare un bosco in una stanza… E’ successo al Castello dei Ragazzi di Carpi, durante una giornata dedicata ai laboratori creativi. I tavoli della biblioteca ragazzi, “apparecchiati” con vari materiali e strumenti, erano pronti ad accogliere adulti e bambini volenterosi, mentre gli alberi aspettavano di essere riempiti di fiori colorati.

La grammatica dei materiali ci invita a mettere le qualità e le proprietà di un materiale in relazione con il contesto e con le persone che lo abitano.
Ecco un esempio di come questo può accadere. Una mattina Maria Kozlowska, insegnante e atelierista svedese, notò un rotolo di cartone nel ripostiglio della scuola ed ebbe l’idea di mettere a disposizione dei bambini (di 2/3 anni) un labirinto di cartone ondulato.

Foto di Maria Kozlowska

Come lei stessa racconta, si tratta di un’unica striscia di cartone che i bambini possono continuamente rimodellare. Muovendo e unendo le superfici di cartone i bambini formano delle nuove “stanze” in cui possono stare da soli o con altri bambini, mentre nello stesso tempo si creano in modo organico dei passaggi tra le varie “stanze”.

Osservando attentamente il materiale, i bambini diventano consapevoli di come le loro azioni originano delle forme nello spazio, di come i movimenti delle dita sulla superficie ondulata creano dei rumori. Il rumore, infatti, è un altro aspetto caratteristico del cartone ondulato.

“Sono orme che scricchiolano” dice Denise, la bambina di quattro anni autrice dell’opera qui sopra, “La casa che scricchiola”, chiaramente ispirata dalla sonorità del materiale. L’immagine è tratta dal bellissimo libro “Mosaico di grafiche parole materia” pubblicato da Reggio Children, che illustra molto bene come i bambini siano in ascolto e in relazione con la natura del materiale che stanno esplorando.

Immagini dal libro Mosaico di grafiche parole materia, Reggio Children

Il cartone ondulato si piega ed ha le strisce: perciò l’arcobaleno è stata un’associazione spontanea per Lorena, una bambina di tre anni alle prese con marcatori indelebili e una striscia di cartoncino. Spesso, nelle loro esplorazioni, i bambini adottano in modo spontaneo un approccio empatico di ricercatori curiosi che invece, da adulti, dobbiamo recuperare con un certo sforzo di consapevolezza e intenzionalità.

Folon, Voyage brun, 2000

Per quale magica alchimia l’artista francese Folon riesce a trasformare un anonimo pezzetto di cartone ondulato in un paesaggio marino così evocativo e poetico? Credo che per qualsiasi professionista, questo dialogo rispettoso e curioso con la materia sia un elemento indispensabile per raggiungere un buon livello sia dal punto di vista estetico che funzionale, come testimoniano tanti esempi nel campo dell’arte e del design.
Il grande maestro Bruno Munari ci ricorda infatti che l’osservazione delle forme naturali risulta molto utile al designer, il quale si abitua ad usare i materiali per la loro natura, per le loro caratteristiche tecniche, e a non usare il ferro dove sarebbe meglio il legno o il vetro dove sarebbe meglio la plastica.

C’è un limite oltre il quale non si può andare, nel senso della semplicità costruttiva.

*

Modellino architettonico in scala, Museo MAXXI, Roma

Se siete interessati a continuare l’esplorazione della grammatica dei materiali, siete i benvenuti a unirvi al gruppo Facebook “The grammar of matter” e a condividere vostre eventuali ricerche con il cartone ondulato.

Un ringraziamento speciale a Maria Kozlowska per il suo prezioso contributo e per la bellissima immagine di copertina.

#grammaticadeimateriali

Le potenzialità creative del collage

Ogni rivista è come un ricco magazzino con tanti scaffali pieni di personaggi, ambienti, oggetti, parole, animali. Avete mai provato a usare delle vecchie riviste come materiale creativo? O a lasciarle a disposizione dei bambini per cercare immagini, scomporle e ricomporle, inventare storie?

La prima fase è quella di “immersione” tra le immagini, soffermandoci ad osservarne anche i dettagli, le forme, i colori, le texture. Ogni scelta equivale ad estrarre un elemento dal “tutto”, a pescare dal mare delle immagini quella che per qualche motivo ha catturato la nostra attenzione.

L’azione del taglio con le forbici rende la nostra selezione un fatto concreto e irreversibile, isolando l’immagine dal suo contesto. È un’azione piuttosto potente, realizzata con uno strumento efficace e affilato. Da quel momento, l’immagine diventa viva, acquista una propria identità e personalità.

Le varie immagini possono interagire tra loro da un punto di vista “visivo”, cioè trovando posto in una composizione attraverso associazioni visive, bilanciamenti e richiami di forme e colori, accostamenti estetici. Un’altra possibile connessione è quella narrativa: cosa si direbbero le immagini? Oppure, come spesso avviene, queste due modalità vanno di pari passo, intessendo storie tra parole e immagini: e se un topo enorme incontrasse un gatto minuscolo? O se un pesce nuotasse tra gli alberi di una foresta?

Da un’immagine che percepiamo particolarmente significativa può scaturire un’intera storia. Durante un’attività con un gruppo di cinque anni, ricordo un bambino molto timido e delicato che ritagliò l’immagine molto grande di un canguro in posizione eretta, con un atteggiamento da combattente intrepido, quasi spavaldo e minaccioso. Un’altra bambina che appariva sempre vivace, allegra e molto loquace, scelse invece la foto di un’adolescente un po’ triste e imbronciata, con un’aria tra la rassegnazione e la sfida oppositiva. Mi chiesi tra me se questi bambini avessero un dialogo interno con i loro personaggi. Li invitai a inventare una storia e, in effetti, i due protagonisti sembravano interpretare un ruolo opposto a come i bambini apparivano nella quotidianità. Credo che entrambi abbiano vissuto un processo personale molto significativo, sia dal punto di vista creativo che emozionale.

La tecnica del collage offre infinite possibilità creative, che possiamo declinare in base al nostro contesto specifico e ai nostri obiettivi. Spesso, nelle composizioni a collage, i contesti usuali e le proporzioni realistiche delle cose vengono completamente cambiati, trasformati, ribaltati, dando vita a mondi immaginari paralleli.

Una possibilità che amo molto è l’esplorazione di un certo tema o soggetto attraverso le sue variazioni. Negli esempi qui sopra il tema è l’albero di Natale, mentre in quelli sottostanti la protagonista è la mia inseparabile amica Esther (che trovate sul canale YouTube di Robertapuccilab). In genere ha un look piuttosto minimale, ma ho voluto provare a farla divertire un po’ usando texture, accessori e stoffe ritagliate da riviste di moda.

Anche un piccolo dettaglio possiede il proprio potenziale creativo. Posizionatelo su un foglio bianco: cosa vi fa venire in mente, di quale forma potrebbe diventare parte? Quale segno lo potrebbe completare? Provate a disegnarlo…

Un altro esercizio visivo interessante consiste nell’osservare un’immagine solo dal punto di vista delle forme e dei colori, a prescindere da quello che rappresenta; quindi si seleziona una parte per trasformarla in qualcos’altro. Per esempio nei collage qui sotto, ho ritagliato due parti dalla stessa immagine in modo che sembrassero due volti di profilo, uno di fronte all’altro. Naturalmente, in questo modo, dalla stessa immagine di partenza possono nascere forme e significati diversi, a seconda dell’interpretazione dell’osservatore.

Le uniche parti aggiunte sono i dettagli del viso (occhi, bocca, sopracciglia), ritagliati dalla stessa immagine di partenza e incollati. Ne sono usciti fuori dei personaggi imprevedibili, che non avrei mai potuto immaginare senza partire da un materiale già caratterizzato. Ho intitolato questa serie di collage “Faccia a faccia”, come invito a immaginare il possibile dialogo tra i due.

Come per ogni altra tecnica o materiale, credo che l’esplorazione delle potenzialità del collage – in un primo momento libera e fine a se stessa – possa diventare con l’esperienza uno strumento sempre più focalizzato per esprimere la propria unicità, attraverso il proprio stile espressivo. Siete i benvenuti a condividere le vostre ricerche per arricchire questo inventario… Buona creatività!

#grammaticadeimateriali

Pennarelli creativi

Si trovano in quasi tutte le case, le scuole, gli zaini. Sono accattivanti e facili da usare, non necessariamente per disegnare qualcosa di riconoscibile.

Quanti tipi di punti, linee, segni si possono inventare? E in quanti modi i segni si possono distribuire nello spazio a disposizione? Seguendo queste sollecitazioni, “Io non so disegnare” o “Io non so cosa disegnare” non sono giustificazioni valide.

In quanti modi si può creare una forma o riempire uno spazio di colore?

Proviamo a esplorare tutti i movimenti possibili con il polso, la mano, il braccio, e ad osservare le tracce lasciate dal pennarello durante i movimenti. Si può anche muovere o ruotare il foglio sottostante.

Ogni segno può essere ripetuto con diverse combinazioni per formare delle texture, con diversi gradi di rarefazione o addensamento. Probabilmente, quello che man mano prenderà forma sulla carta ci darà nuovi stimoli per continuare.

In quanti modi possono interagire punti e linee? Un punto è una linea in movimento, o come diceva Paul Klee “una linea è un punto che è andato a fare una passeggiata”?

Che differenza c’è tra disegnare attraverso delle linee e disegnare attraverso delle campiture di colore?

Chi guida: l’occhio, la mano o l’idea? In che modo i colori si attraggono e si richiamano a vicenda?

Nel mio atelier, vicino ai pennarelli, c’è a disposizione una piccola scatola con dei cartoncini bianchi. Alcuni sono già disegnati, potrebbero essere uniti in un libricino a fisarmonica o restare sciolti per un uso più agevole in contesti di gruppo. Questo “kit” si è rivelato uno strumento molto utile nelle situazioni in cui i partecipanti sono inizialmente un po’ inibiti dal foglio bianco e non sanno cosa disegnare, perché fornisce uno stimolo per cominciare.

Il modo di presentare i materiali è un aspetto fondamentale, che in qualche modo condiziona il processo creativo. Come sono esposti i vari toni di colore? Sono tutti visibili? Nel caso di un gruppo, in che modo i componenti hanno accesso agli strumenti? Anche il contenitore è un elemento importante, che influenza la percezione del materiale contenuto. Da quale tipo di contenitore preferiresti scegliere un pennarello e perché?

Ho notato che a volte, in contesti di gruppo con i barattoli di pennarelli sui tavoli, i colori non vengono scelti con attenzione e i pennarelli non vengono rimessi a posto dopo l’uso. Questi inconvenienti scompaiono presentando i pennarelli su una lunga striscia di carta piegata. Si possono mettere a disposizione anche delle strisce più corte ad uso individuale, sulle quali ognuno può posizionare i colori che ha scelto. Le strisce di carta sono anche molto comode da ripiegare e trasportare.

Come scrivono Nona Orbach e Lilach Galkin nel libro “Lo spirito della materia”, la caratteristica principale dei pennarelli è la possibilità di ottenere un buon risultato con il minimo sforzo. Di solito questo materiale non suscita esitazioni, piuttosto permette di sperimentare il piacere di creare con facilità un prodotto soddisfacente. L’immagine risulta pulita, esteticamente piacevole. Inoltre, i pennarelli sono particolarmente adatti a una funzione ornamentale o decorativa. Ciò è significativo soprattutto per le persone che manifestano una propensione ad organizzarsi attraverso il ritmo e la ritualità.

Un’altra caratteristica è che il segno del pennarello non si può cancellare. Questo potrebbe generare timore o ansia in certi adulti o bambini che vogliono ottenere un “bel” disegno secondo i canoni convenzionali. Tuttavia, una volta superato questo atteggiamento (magari anche grazie agli stimoli proposti qui), il fatto di non poter cancellare diventa proprio la molla che può liberare il segno dalle aspettative, lasciando spazio a un’espressione più fluida e spontanea.

A questo punto, spero che vi sia venuta voglia di prendere un pennarello in mano, perciò… buon divertimento!

Questo articolo fa parte del progetto Grammar of Drawing di Suzanne Axelsson, Nona Orbach e Roberta Pucci, ed è stato tradotto in 4 lingue:

Immagine di copertina: rielaborazione grafica di un’immagine tratta da “A spasso con una linea” di Roberta Pucci e Michele Ferri, Edizioni Artebambini

Conversando con un sasso

Da lontano, tutti sembrano uguali… ma a guardarli da vicino, ogni sasso è unico, ha una sua storia, è stato modellato dal tempo, dall’acqua, dal vento. Sembra così immutabile, monolitico, immobile, indivisibile. Forse ha migliaia di anni, era parte di una montagna, o magari ha viaggiato attraverso il mare.

choosing a stone

La poetessa Wisława Szymborska ha dedicato una bellissima poesia all’incontro con una pietra. Comincia così:

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.

A broken stone

La voce in prima persona continua a chiedere molte volte, senza scoraggiarsi…
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.

Ma la risposta della pietra non cambia, anche se il dialogo è tutt’altro che monotono, ricco di immagini e metafore suggestive, che non vi svelerò qui, invitandovi alla lettura integrale di questa “Conversazione con una pietra” in un momento tranquillo, al vostro ritmo.
Fin dalle prime righe è evidente la distanza incolmabile tra l’essere umano e la pietra, che può aprire molte domande. Come affrontiamo questa distanza? Possiamo accettare di non capire qualcosa che è troppo diverso da noi? Siamo in grado di accogliere, per quello che è, questo limite implicito che dipende dalla natura di entrambe le parti? Qual è la nostra reazione quando il messaggio (di un materiale o di un’altra persona) è “Tu non puoi entrare qui”?

Ora, immaginiamo che, in un contesto educativo, un bambino manifesti il desiderio di colorare dei sassi. Come rispondere a questa richiesta? Naturalmente non esiste una soluzione giusta in assoluto, ma credo che sia importante porsi in un atteggiamento di “ascolto” anche nei confronti del materiale. In questo modo, saremo in grado di fare una scelta coerente e in sintonia con la sua natura. Probabilmente non sarà una pittura acrilica, così artificiale, coprente e cromaticamente intensa, nè il tratto lineare di un pennarello…

…forse potremmo immergere il sasso in acqua con qualche goccia di inchiostro colorato. Ogni sasso assorbirà il colore a modo suo, a seconda della consistenza e del colore di partenza. Alcuni cambieranno vistosamente, altri in modo quasi impercettibile, altri ancora si tingeranno di sfumature disomogenee. Ammetto di non amare i sassi-coccinella, i sassi-faccia e simili, consapevole di assumere una posizione piuttosto impopolare. Credo che questo genere di intervento sia incompatibile con il mettersi in relazione in modo autentico con la natura del sasso (e della coccinella).

Non mi piace nemmeno usare alcun tipo di colla insieme ai sassi, perché sono materiali che non mi sembrano affini. Preferisco giocare con il peso, la gravità, l’equilibrio, la composizione. Per lo stesso motivo, in contesti educativi e laboratori, in genere prongo i sassi insieme ad altri materiali come carta, fili, stoffa, senza l’uso di colla e colori. Ecco un esempio di allestimento di un laboratorio dedicato a sassi e carta che risale a molti anni fa.

Adulti e bambini di tutte le età potevano entrare liberamente. A tutti veniva consegnata una bustina. L’invito era quello di osservare con attenzione i materiali in esposizione, sceglierne alcuni e metterli nella busta.

Quindi, trovato un posto in cui sedersi e un tavolo in cui rovesciare la propria “spesa”, può cominciare l’esplorazione: come si possono incontrare i sassi e le carte così accuratamente scelti? L’obiettivo non è quello di realizzare un prodotto, anche se spesso, nel corso della ricerca, un prodotto prende comunque forma e diventa la risposta.

Sculptures with paper and stones

Due grammatiche molto diverse, quella del sasso e quella della carta, si confrontano, cercano strategie. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti ma inattive, mentre mano a mano che si trasforma, il materiale manifesta la sua natura e le sue possibilità.

Vi piacerebbe provare? Potete usare qualsiasi tipo di carta, anche di recupero, carta del pane, carta da forno, asciugatutto, riviste, quaderni, sassi di qualsiasi forma e dimensione.
Buon divertimento e a presto con un altro capitolo della grammatica dei materiali!

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Dialogo con un foglio di carta

Immaginate di vedere un foglio di carta per la prima volta. La sua presenza ci comunica molte informazioni: colore, forma, texture, dimensioni, collocazione nello spazio. Poi immaginate di prenderlo in mano. Attraverso il tatto, percepiamo la sua texture, il peso, la ruvidità o la morbidezza, la consistenza, l’umidità. Possiamo sentire il leggero suono che produce.

Toccandolo e osservandolo con un atteggiamento di apertura e curiosità, il foglio ci rivelerà quali sono le sue possibilità trasformative. Per esempio, intuiamo facilmente che si può arrotolare e piegare. Sembra che sia proprio il foglio, per le sue caratteristiche, a suggerirci queste azioni, così come quelle di strappare o appallottolare.
E quali strumenti si potrebbero rivelare adatti a interagire con questo materiale? Forbici, cucitrice, foratrice, ago, chiodo, forchetta… acqua. In quanti modi il foglio può essere trasformato con questi oggetti?

Ma il bello deve ancora venire. Ognuna di queste azioni può essere sviluppata attraverso infinite varianti. Per esempio, nel caso della piegatura, cambiando la dimensione delle pieghe, l’inclinazione, le proporzioni, il ritmo, la forma del foglio di partenza e così via. Poi, naturalmente, le azioni si possono combinare tra loro (piegare e tagliare, bagnare e accartocciare, eccetera) e usando diversi tipi di carta si avrà ogni volta un effetto diverso.

“Foglio & forma”, Paul Jackson; “Il gioco creativo – La carta”, Il Castello

A questo punto, è evidente come anche il materiale più semplice, come un foglio di carta, contenga in sè un mondo intero che aspetta solo di essere scoperto. Ma in ogni dialogo che si rispetti, ci sono due partecipanti e finora ci siamo occupati quasi esclusivamente di uno solo. Che dire della persona che agisce sul materiale? Ogni azione impressa sulla materia evoca in noi qualche associazione, emozione o ricordo. Per esempio, tagliare e strappare produrranno una risonanza diversa sulla stessa persona. Ognuno avrà le sue azioni preferite e, nello stesso tempo, la stessa azione sarà eseguita in modo diverso da ciascuna persona (con un certo tono muscolare, una certa velocità, pressione, intenzionalità, velocità, cura, eccetera). Ecco perché ogni incontro è unico.

Fotografia di Orit Jacobson

Nel libro “Lo spirito della materia”, Nona Orbach e Lilach Galkin esplorano proprio questo aspetto: la connessione tra il nostro mondo interiore e quello “esterno” della materia.
Ogni individuo possiede una propria modalità per accedere a un dialogo interiore, attraverso parole, immagini e metafore ricorrenti. Mentre viviamo una relazione intensa con i materiali artistici, ci ritroviamo a conversare attraverso quei materiali nel corso del nostro personale processo creativo. La stessa cosa avviene quando osserviamo lo sviluppo del processo di un’altra persona. La materia fisica non è solamente un oggetto, uno strumento, un impasto o una polvere, ma anche un insieme di parole tratte dal mondo concreto, sottoposte a una personalizzazione e quindi utilizzate per esprimere il mondo interiore.

Ora immaginate di voler creare con un foglio di carta un prodotto specifico, per esempio una barchetta con una certa forma. In questo caso, non sarete in grado di “vedere” davvero il foglio di carta in tutte le sue potenzialità, dal momento che lsiete interessati unicamente a un obiettivo predefinito e utilizzerete la carta solo come un mezzo. Naturalmente non c’è niente di male in questo… Ma l’approccio di cui parlo è un’altra cosa: un’interazione reciproca in cui entrambi i partecipanti giocano un ruolo attivo e il materiale non è solo forzato in un’idea a priori.

Potrebbe essere una metafora interessante del dialogo tra due persone. Se una delle due non è interessata all’altra e parla solo di se stessa senza ascoltare, qualunque persona avrà di fronte a sè dirà comunque le stesse cose. Nello stesso tempo, l’altro sarà completamente passivo e tra i due non può avvenire nessun tipo di scambio. Invece essere in relazione, con la consapevolezza di sé e dell’altro, apre dei percorsi nuovi e inaspettati per entrambi. Naturalmente, sono molti i possibili equilibri tra le due parti, più o meno simmetrici. Per esempio, potrei avere un’idea abbastanza precisa di cosa realizzare (una barchetta) ma lasciare che sia il materiale, in base alle sue caratteristiche, a suggerirne almeno in parte la forma definitiva o la grandezza.

Come descrivereste la vostra modalità di dialogo con il materiale? Chi conduce, chi si lascia condurre? I ruoli si possono alternare nel corso dello stesso processo creativo: in che modo avviene questo passaggio?

Insegnanti dei servizi 0-6 del Comune di Fano

Nel tipo di interazione “relazionale” che ho cercato di descrivere, la personalità del materiale incontra quella dell’artista. Prima che il processo creativo abbia luogo, entrambe le potenzialità erano già presenti, ma nascoste. Trasformando il materiale, ogni persona rende visibile la sua unicità; nello stesso tempo, mentre viene trasformato il materiale manifesta la sua natura.

“L’impronta spirituale nella creazione artistica”, Nona Orbach

Ogni essere umano contiene dentro di sé un variegato patrimonio di caratteristiche e inclinazioni che lo rende ciò che è. Questa ricchezza si esprime per mezzo delle nostre azioni sulla materia. L’insieme di tutte le qualità che emergono dalle azioni impresse sulla carta, sulla creta o su un altro materiale, lascia dei segni visivi che originano un carattere distintivo unico. Se ne avrà la possibilità, questa “impronta” essenziale continuerà a svilupparsi e ad arricchirsi nel corso di tutta la vita.
Così l’artista e arte terapeuta Nona Orbach descrive l’essenza unica di ogni essere umano che si rivela attraverso la materia nel processo creativo. In altre parole, si tratta di un arricchimento reciproco nel rispetto dei limiti e delle potenzialità di entrambe le parti. Un approccio ecologico ed empatico nei confronti del mondo, di tutte le cose che incontriamo, grandi e piccole.

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#grammaticadeimateriali

Se sei interessato al mondo dei materiali…

Quante forme ci sono in una bottiglia di plastica?

In quante forme si può scomporre una bottiglia di plastica? Avete mai provato? Insospettabilmente ne escono fuori anelli, cilindri, coni, semisfere, spirali, torri, cupole… Questi elementi si possono poi ricombinare insieme per costruire strutture più complesse. Osservateli, prendeteli in mano e giocateci, senza avere già in mente un obiettivo. Saranno le stesse forme a guidarvi, a svelarvi percorsi inaspettati. E’ un dialogo fra noi e la materia, un’interazione reciproca in cui il materiale non è “forzato” a plasmarsi secondo un’idea a priori.

the different parts of a plastic bottles

Tra i pezzi ottenuti sezionando una bottiglia, alcuni si presteranno ad essere utilizzati come un modulo – ovvero un elemento che si ripete per formare strutture più complesse. Per esempio, la tenda fra gli alberi dell’immagine qui sotto è stata realizzata per il Castello dei ragazzi di Carpi usando un anello di plastica come modulo.

a curtain made of plastic bottles

L’interazione della materia plastica colorata con la luce, naturale o artificiale, può generare degli effetti interessanti, quasi magici.

Dopo aver esplorato le regole della sua “grammatica”, saremo in grado di usare il materiale in modo creativo, coerente sia rispetto alla sua natura che al nostro obiettivo in un contesto specifico. Ecco un piccolo esempio: i fiori-matita nati per celebrare il compleanno della Biblioteca San Giovanni di Pesaro.

artificial flowers made with plastic bottles

La forma dei fiori non è stata ispirata da immagini di fiori reali, ma dalle forme e dalle caratteristiche delle varie parti delle bottiglie. In molti casi, il tappo è stato forato e usato come elemento connettore tra la matita e la parte in plastica.
Qual è il vostro fiore preferito? Molte altre specie aspettano di essere scoperte… Siete tutti invitati ad inviare a robertapuccilab una foto dei vostri fiori per arricchire l’Erbario Plastico. Buon divertimento!

#grammaticadeimateriali

artificial flowers made with plastic bottles
artificial flowers made with plastic bottles

Come si gioca con le strisce di carta?

Vorrei presentarvi un materiale che amo molto, facilmente reperibile come materiale di scarto nelle tipografie: le strisce di carta.

Mi piace molto sperimentare le possibili trasformazioni di questo materiale. Ma in che modo la ricerca creativa dell’adulto può supportare quella dei bambini all’interno di un contesto educativo? Come può diventare un catalizzatore per stimolare dei processi personali anziché rappresentare un modello da ripetere? Come presentare il materiale, quali esempi mostrare (o non mostrare)?

Ecco la mia esperienza con piccoli gruppi di bambini di 4 e 5 anni. I bambini avevano a loro disposizione una spillatrice e una grande quantità di strisce di varie dimensioni, che potevano usare liberamente. Prima di proseguire nella lettura, provate a immaginare come avreste presentato il materiale, con quali parole o esempi dimostrativi, e come pensate si sia svolta l’attività.

Naturalmente ogni contesto è a sé. Nel mio caso, i bambini non mi conoscevano e avevo a disposizione un unico incontro. Il giorno prima del laboratorio, mi sono presentata ai bambini come un’esperta di trasformazione dei materiali e ho fatto una dimostrazione in diretta, trasformando una striscia di carta con la spillatrice. Cosa potrebbe diventare? Per esempio… “Un sole!” “Un cappello!” Una ruota!” suggerivano i bambini mentre chiudevo la striscia in un cerchio. E poi “Una casa!” “Una scatola!” mentre piegavo u’altra striscia in un quadrato, e così via. A loro volta, il cerchio e il quadrato hanno continuato a trasformarsi in un cuore, un fiore, una stella, un fiocco, una farfalla…

Quindi ho salutato i bambini con la promessa che sarei tornata per continuare insieme il gioco delle trasformazioni. E così è stato, incontrando in atelier dei piccoli gruppi di quattro-cinque bambini nei giorni successivi. In un primo momento, molti bambini chiedevano il mio aiuto per realizzare una certa forma che ricordavano dal primo incontro (una farfalla, un cuore, eccetera). La mia risposta era molto evasiva e incoraggiante nello stesso tempo (Mi spiace, non ricordo esattamente… prova come ti viene) – con il proposito di avviare un processo autonomo, che probabilmente avrebbe preso la sua strada imprevista lasciando perdere la prima forma.

Ho cercato di mettere i bambini a loro agio, in un clima di non giudizio, liberi di sperimentare senza dover produrre qualcosa di “riconoscibile”, tollerando dei momenti più o meno lunghi dove sembrava non accadere nulla eccetto una gran confusione. Nonostante fosse molto “limitata” dal punto di vista dei materiali a disposizione (o forse proprio per questo?), la proposta ha originato dei percorsi molto diversi, che hanno valorizzato l’unicità di ogni bambino. Se il contesto lo permette, infatti, ognuno esprimerà se stesso con i suoi bisogni, desideri, capacità e modalità relazionali.

Spesso sono nati spontaneamente dei lavori piuttosto complessi, come quelli delle immagini qui sopra. Tuttavia, non sempre esiste un prodotto finale che rappresenti in sé il valore dell’esperienza. A volte prevale l’esplorazione sensoriale, il movimento, il linguaggio del corpo o un altro tipo di processo in cui non emerge un interesse per la creazione di un oggetto specifico.

Alessandro, per esempio, si è concentrato tutto il tempo sulla stessa sequenza di azioni: arrotolare una striscia a spirale, stringerla in pugno e poi liberarla riaprendo la mano.

children's works with stripes of paper

Ogni volta questo procedimento originava una forma simile ma leggermente diversa, più o meno prevedibile. A un certo punto, Alessandro ha cominciato a usare questa sequenza per fare una specie di gioco, avvicinandosi con disinvoltura a un compagno e liberando improvvisamente la spirale con “effetto molla” a sorpresa (naturalmente per spaventare il compagno). Quindi l’indagine sulla spirale è diventata una ricerca sul movimento che la sua forma dinamica produce. Inoltre, il passaggio chiuso-aperto/compresso-espanso ha delle significative implicazioni dal punto di vista simbolico.
In questo processo è evidente anche l’importanza della ripetizione, che permette di sperimentare, consolidare degli apprendimenti, rassicurare dal punto di vista emotivo, scoprire delle piccole variazioni (da cui potranno eventualmente nascere nuovi percorsi).

Ora vorrei riportare l’attenzione sullo specifico del materiale. Perché è molto importante conoscere “la grammatica” dei materiali e averli sperimentati in prima persona? Non per mostrare degli esempi o dei modelli, ma per fare le scelte migliori che possano favorire i processi dei bambini: come allestire il contesto e presentare l’attività? Quali rilanci proporre? Come affrontare le criticità che emergono?

Per esempio in questo caso, trattandosi di un materiale seriale presentato in grandi quantità, la proposta tende a stimola una produzione sovrabbondante che ben presto satura lo spazio.

Conoscendo il materiale, questo aspetto non ci coglierà di sorpresa e saremo pronti a suggerire alcune strategie di contenimento, come l’unione di più elementi, un filo conduttore narrativo, l’utilizzo di un modulo per costruire strutture più complesse, eccetera. Così, una fase iniziale caotica e dispersiva potrà evolversi in modo organico verso un certo ordine o significato.

laboratori creativo con materiali non strutturati: le strisce di carta

Dovremmo cercare di avere fiducia sia nel materiale che nei bambini. Anche le cose apparentemente più semplici o banali sono connesse all’identità dei bambini, forse espressione di un loro bisogno o interesse. Infatti, come ci ricorda l’artista e arte terapeuta Nona Orbach, se un educatore riesce a vedere le qualità fondamentali dei singoli bambini, sarà in grado di relazionarsi con loro in modo autentico e farà sì che ognuno si senta riconosciuto per quello che è veramente. Se un bambino riceve questo tipo di nutrimento, crescendo diventerà una persona più felice, cooperativa ed empatica.

Quando i bambini vengono riconosciuti, accettati, ed hanno un posto sicuro dove potersi esprimere, saranno anche meno aggressivi nei confronti degli altri, avranno migliori abilità sociali, tenderanno a giocare ed a restare impegnati nelle loro attività per periodi di tempo più lunghi. Essere riconosciuti dagli altri in modo autentico è un profondo bisogno della natura umana; ci rassicura sul fatto di essere amati e accettati così come siamo.

Per continuare a seguire l’esplorazione della grammatica dei materiali siete i benvenuti a iscrivervi alla newsletter e a unirvi al gruppo Facebook The Grammar of Matter.

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